Barletta, ecco come parla e vive la disoccupazione: una giornata da disoccupato

La sveglia alle cinque del mattino per ritrovarsi alle sei sul posto di lavoro, quel tirarsi a malavoglia giù dal letto per trascinarsi quasi a fatica in cucina per il solito caffè.
In alternativa c’era quella tazzina bevuta tra le quattro mura del bar assiepato sotto casa, mentre a stento gli occhi leggevano quelle parole nere scritte su carta rosa il quale narravano goal e vittorie di una vecchia signora ammagliata e conquistata dai vari Del piero, Conte, Nedved e Trezeguet.
Immancabilmente c’era lo stronzo di turno – si sa, quelli o so interisti oppure milanisti -  che non perdeva occasione per recriminare su quello o quell’altro rigore non dato, il tutto per colpa di quei tre là, che si sa, compravano e rubavano le partite.
Era stato così per almeno quindici anni, ed in fondo ci si chiedeva che senso avesse una vita incapace di dare alternative a quella esistenza fatta di solo fabbrica e sacrifici. Sulla strada che portava ad essa, immancabilmente ci si perdeva tra le spese mediche dei propri figli, e tutte quelle inutili spese che le maestre di scuola imponevano: questa scatola di colori anziché quell’altra, questo libro anziché l’altro, senza contare lo zaino e gli astucci firmati, la scuola di calcio per il ragazzino e la danza per la signorinella, mentre per tutte quelle firme da apporre su scarpe e vestiti di moglie e prole, l’immancabile pizza con gli amici il sabato sera e la lezione di ballo durante la settimana, l’immancabile visitina settimanale alla parrucchiera e l’immancabile partita di calcetto con gli amici, per quello ci voleva uno stipendio a parte, viceversa per mutuo e bollette da pagare, per quello o ci pensava il buon dio o la pensione dei propri genitori.
Ed ecco allora che si sperava in qualche ora di straordinario o in qualche settimana di notte in più durante il mese, visto che l’Inter immancabilmente ogni domenica ti mandava a monte biglietti vincenti da 300/400 euro.
Nel frattempo ad Antonio Conte i capelli sono ricresciuti e la sua Juventus – che anziché dal campo la guida da una panchina - sembra essere ritornata ai gloriosi fasti dell’avvocato Agnelli.
Ciò che non sembrano più ritornare sono quelle mattine fatte di pensieri e doveri. Ruggiero ogni mattina non si alza più alle 5 ma bensì alle 9, vorrebbe tanto rimanerci nel letto visto che gli manca la forza per tirarsi su.
La fabbrica di tessuti presso cui lavorava ha chiuso i battenti da oramai cinque anni, e a lui non gli resta che andar a far la spesa, comprando ne più e ne meno quello che sua moglie gli ha indicato sulla lista della spesa lasciata là sul tavolo qualche ora prima, scritta in fretta e furia mentre si preparava per andare a lavorare come lavapiatti in un ristorante.
In casa durante il proseguo della giornata, Ruggiero si dimena tra le varie faccende domestiche, prova a rifare il letto – ma con scarsi risultati poiché Giovanna sua moglie ogni qual volta è costretta a rifarlo – e a cucinare il pranzo – ma sia Antonio che Mirella i suoi due figli, non perdono occasione per rinfacciargli la carne cotta male, e il brodo parecchio sciapito – dal bucato poi se ne guarda bene dal voler tentare l’impresa, visto che nelle poche occasioni in cui ci ha provato ha causato danni che Mirella sua figlia stima essere di qualche migliaia di euro, dato che sotto la scure della sua inesperienza di lavandaio sono finiti un bel po’ di capi firmati decimati da imprecisi dosaggi di detersivi e da lavaggi a temperature improprie.
Ruggiero si sente un re senza corona in un regno che non sente più suo, sua moglie infatti non passa giorno e non perde occasione per rinfacciargli che a conti fatti è lei quella che più di tutti contribuisce al sostentamento della famiglia con i suoi miseri 700 euro mensili, mentre lui finiti gli anni della mobilità e del sussidio di disoccupazione, di tanto in tanto contribuisce con i soldi provenienti dalla mobilità in deroga.
I suoi figli poi sembrano non volergli più riconoscere lo status di padre e papà, un vecchio proverbio recitava che:« un padre può sfamare cento figli, ma tra cento figli non troverai uno che sfamerà suo padre», infatti Mirella e Antonio con le poche centinaia di euro che ogni mese – provenienti dai lavori saltuari di hostess e cameriere che i due di tanto in tanto svolgono - sacrificano a cocktail e vestiti firmati per contribuire ad aiutare la propria famiglia, si arrogano il diritto di riservare al proprio padre un trattamento degno di un fallito o di un buono a nulla, proprio loro che nella vita non hanno ancora dimostrato di saper fare meglio di lui.
Sembrano essere lontani i momenti che si iniziava la giornata con un buongiorno, e si condivideva il companatico in allegria, cosi come sembrano essere lontani i momenti dinanzi alla tv con suo figlio con il quale condivideva la passione per il calcio tra uno sfottò e l’altro, lui juventino suo figlio interista.        
Ogni mattina Ruggiero, scende di casa, entra nel bar, ma non per gustarsi il caffè ma bensì per leggere il solo e solito quotidiano rosa. Michele il titolale del bar non lo guarda granché bene, perché si sa, quello è un bar e non una biblioteca, e se entri devi consumare, e non leggere solo il giornale. Dove oggi c’è rassegnazione un tempo vi era stata la speranza di poter risalire da quel baratro dove la perdita del posto di lavoro lo aveva spinto, ma dopo lunghe processioni tra quel che è rimasto del comparto produttivo della nostra provincia, Ruggiero a 50 anni si è convinto di essere troppo vecchio per avere un posto di lavoro.  
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