Barletta, una giornata da cameriere tra i tavoli di un locale della città della disfida

Un articolo per dare voce a tutti quei ragazzi che vivono la loro vita nei pub e nei bar della nostra città, quei ragazzi di cui si ha sempre troppo poco rispetto, in quanto molti considerano il loro lavoro di serie B. Le giornate di un ragazzo che serve tra i tavoli di un pub o di un ristorante qui a Barletta iniziano sempre troppo presto e finiscono sempre troppo tardi, e quando alla fine della serata si tirano le somme, al totale manca sempre qualcosa. Trenta, trentacinque, a voler essere di manica larga anche quaranta euro, ma quanta fatica, e quanto poco rispetto bisogna subire per intascare le briciole di un boccone che non rende mai sazi i gestori dei locali.
Varchi la soglia del posto di lavoro sullo sfondo di un sole che tramonta, per poi vedertelo sbucare da dietro la linea dell'orizzonte dopo aver chiuso il portone del locale.
C'è sempre un arrivo assieme a quell'ostentato saluto che il titolare del locale ti porge, quasi a volerti far capire che non c'è tempo per i saluti e che bisogna subito mettersi a lavoro. Poi ci sono loro, i tuoi colleghi, compagni di sventura con cui si hanno in comune sogni ed aspirazione di tempi migliori, sogni tal volta troppo grandi per vederli realizzare, ma che aiutano a sopravivere, e a cui il sorriso e la battuta pronta non manca mai.
Pronti, partenza e via: ognuno al proprio posto, c'è chi raggiunge la cucina e inizia a tagliare le patate, pomodori e quant'altro, il pizzaiolo inizia la preparazione dell'impasto della pizza (o meglio, ci pensa la tecnologia, e quindi la moderna impastatrice), e il resto della truppa va in sala ad alzare le sedie; poi dopo una veloce ramazzata al pavimento dove si raccolgono i segni della maleducazione dei clienti barlettani, via con rastrelli e secchi d'acqua a tirare a lucido i pavimenti.
Sembra passata un'eternità da quando la giornata lavorativa ha avuto inizio, ma sono passate appena un paio d'ore, neanche il tempo di dare una pulita ai tavoli e al mobilio con cui il locale è arredato che è giunta l'ora di mettersi grembiule e maglia di circostanza, prendere taccuino e penna ed iniziare a prendere le ordinazioni; a volte non si ha nemmeno il tempo di mettere qualcosa sotto i denti (dove sempre i signori gestori dei locali tra l'altro, pretendono la petizione alla canonizzazione per passare agli onori degli altari per quella pizza e birra che ti passano, senza contare che rientra nei loro doveri), ed ecco arrivare l'ondata dei clienti: da quel momento in poi loro avranno sempre ragione e tu sempre torto, avranno sempre ragione anche coloro che pensano che nel preciso istante in cui prendono posto al tavolo di lì in poi pagano oltre ai piatti ordinati dal menù anche il diritto di maltrattarti e di essere maleducati. La serata passa con la mente del tutto stordita, che quasi non ci capisce più nulla, narcotizzata e assuefatta alle mancanze di rispetto di ogni genere che per poche lire devi sorbirti; passa la serata tra i “sì signore”, con l'immancabile sorriso di circostanza che per copione devi avere in viso per quella solita legge che recita che il cliente ha sempre ragione. Porti e tagli pizze, spilli birre a volontà, corri su è giù per il locale ad apparecchiare e sparecchiare tavoli, che il più delle volte sembrano essere dei veri e propri campi di battaglia. Il pavimento in meno che non si dica diventa un vero è proprio attentato alla tua integrità fisica, per via di bibite che con noncuranza vengono riversate accidentalmente (se così si può dire), o per poco eccesso di attenzione da parte dei clienti. Poi, però, Dio vuole che la serata volga al termine, ci si regge in piedi giusto per quel pacchetto di venti sigarette che una dopo l'altra sono andate via, tra le varie imprecazioni di cui anche il vocabolario rifiuta ospitalità nelle proprie pagine.
Già, la serata è finita, ma c'è sempre quell'ultimo tavolo che ancora si intrattiene; per non parlare di quei venti che, a pochi minuti dalle ore tre di notte, invece di andare a consumare cornetto e cappuccino, si presentano sull'uscio del locale prossimo alla chiusura chiedendo di sedersi a consumare pizza, wurstel e birra. Poi finalmente è davvero tutto finito; vai in bagno e ti guardi allo specchio che stenti a riconoscerti, ti sciacqui la faccia e accendi l'ultima sigaretta, mentre il titolare a malincuore ti mette tra le mani il misero frutto di quell'immane lavoro che hai fatto per guadagnartelo. Ti guarda quasi a farti sentire in colpa, come se stessi rubando le caramelle ad un bambino, poi esci fuori, e quei soldi ti serviranno a malapena per pagarti la colazione che assieme ai tuoi amici ti concederai, mentre già il sole da lontano manda segnali di vita, di un nuovo giorno che riprende, e di una vita che nelle case si sta risvegliando a cui tu dirai buonanotte, per poche ore ancora, perché poi, giusto il tempo di mandare giù l'amaro boccone all'ora di pranzo, che tutta inizierà di nuovo. Sarà così per giorni, e sarà così per anni. Per alcuni sarà così per sempre.
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