Barletta, una giornata da rom, il racconto di quella giornata tra le vie di della città

Nicola Ricchitelli - L’articolo a mia firma risale a circa tre anni e fu pubblicato su varie testate giornalistiche, oggi mi piace ricordare quei giorni passati sotto quel sole cocente rincorrendo quel tipino che solo qualche giorno fa ho avuto modo di rivedere dopo parecchio tempo, più uomo rispetto a quel tempo, con una sigaretta nell’unica mano rimastagli a sottolineare le tracce di quel tempo che ci fa tutti più o meno adulti.    
Ore 6:52 di un solito e anonimo giorno di Luglio, il regionale proveniente da Foggia stranamente giunge puntualmente al primo binario, dall'ultimo vagone escono fuori quasi a volersi sprigionare nella realtà che ci circonda, mentre altri proseguono verso Bari, per qualcuno beccato senza biglietto dal controllore il viaggio finirà anche prima, ma va bene così. Ecco, la giornata di un rom a Barletta inizia alle ore sette nella stazione di Barletta. Ci fingiamo passeggeri in attesa di prendere il prossimo treno, ma in realtà siamo alla stazione di Barletta per iniziare la nostra giornata da rom.
In meno che non si dica invadono il scorcio di stazione lì dove è ubicato il bar, alcuni si lavano il viso dinanzi alla fontanella, altri entrano nel bar sotto lo sguardo quasi sbigottito di alcuni studenti che magari la colazione non se la possono permettere, escono con sacchetti pieni di cornetti e cappuccini, segue quindi la distribuzione a destra e a manca della roba presa.
Le donne nel frattempo, provvedono a rendere presentabili i bimbi più piccoli, alcuni sono un po’ vivaci, si avvicina un uomo con una busta tira fuori quelle che all'apparenza possono sembrare delle normali pillole, (magari il piccolo starà poco bene) solo in un secondo momento il piccolo inizierà a calmarsi, certo hanno fatto la loro parte la consistente dose di percosse presi dalla madre, ma comunque è chiaro che quelle pillole sono sonniferi o tranquillanti. Mi darà successivamente conferma il ragazzino con il braccio amputato, non so quale sia davvero il suo nome, perché ogni volta me ne ha sempre dato uno diverso.
La sosta nell'ingresso della stazione dura all'incirca mezzora, qualcuno ripartirà su uno dei tanti regionali che vanno e vengono verso Bari e Foggia, ma gran parte di loro vivranno la giornata tra le vie di Barletta.
Tra le tante facce, individuo alcuni tizi che danno istruzioni ai più piccini tra sguardi minacciosi e calde raccomandazioni, il tutto mentre con un tacito sguardo quei ragazzini sembrano rispondere “Obbedisco”.
Altri li vedi tirare fuori improbabili violini e fisarmoniche, fingono di provare, ma in realtà non sanno suonare quei strumenti anche se il loro fare da musicisti professionisti può trarre in inganno, specie quando li vedi accordare gli strumenti da cui verrà fuori il solito suono stonato.
Poi la giornata ha inizio, l'esercito dei rom parte alla conquista di Barletta, ognuno prende direzioni diverse, alcuni c'è li ritroveremo dinanzi ai semafori di Via Foggia, altri vicino ai semafori del vecchio ospedale, altri ancora dinanzi ai semafori del Palazzo di città, dinanzi ai supermercati, dinanzi all’ingresso delle chiese, insomma ovunque e in ogni dove. Io decido di seguire il ragazzino con il braccio amputato, è una mia vecchia conoscenza, di lui so già tanto, compreso quel braccio perso per via di un camion che lo investì mentre chiedeva l'elemosina ad un incrocio nella città di Foggia circa un paio di anni fa.Lui finge di non sapere che io lo sto seguendo, mentre io fingo di non sapere che lui mi ha scoperto, il tutto mentre neanche il tempo che il sole inizi a sputare luce e caldo che i gentili inviti ad andare a quel paese non tardano ad arrivare dai negozianti, dai titolari di bar e supermercati.La loro è un invasione silenziosa nelle viscere di Barletta, sembrano muoversi tra l’odio e il disprezzo della gente a cui rispondono con quel loro sorriso sornione, una via di mezzo tra l’irriverente e l’innocente. Un briciolo di compassione però non è difficile a trovarsi in fondo, anche se sembra essere merce rara in una Barletta attanagliata da mille pensieri politici e non.
La parola d’ordine è: soldi, soldi, soldi, rifiutano qualsiasi forma di carità alternativa; il ragazzino dal braccio amputato mi dirà in seguito che ognuno di loro deve racimolare durante la giornata per lo meno cento euro, almeno per evitare certi brutti quarti d’ora, ecco quindi che il panino con il prosciutto cotto che la signora gli ha gentilmente fatto fare dal salumiere del supermarket, dopo qualche morso viene buttato in un cassonetto subito dopo aver girato la strada.Non c’è bar che non passano a setaccio, cosi come non c’è supermarket che non gli sfugge. Dal quartiere Sette frati, al quartiere Borgovilla, da Santa Maria alla 167. Non c’è incrocio e non c’è semaforo che non veda la loro mano tesa, mentre sui loro visi man mano che la luce inizia ad illuminare pare intravedersi tracce di una vita fatta di passato e presente che non ha bisogno di libri e banchi di scuola. Il caldo mette a duro qualsiasi comune mortale, mentre per loro è solo un dettaglio, nonostante tutto riescono anche a sorridere fra di loro, sembrano avere poco o niente, sembra bastare quella vita fatta senza regole, almeno cosi sembra. La loro giornata prosegue tra i banchi di una chiesa mentre il prete celebra la messa delle 18.30, tra gli ombrelloni di una spiaggia, tra i tavolini dei tanti bar che prendono il sole sotto il cielo della nostra Barletta, seguiti dallo sguardo di coloro che seduti ai tavoli se ne guardano bene seppur di toccarli e farsi toccare, verrebbe da chiedersi se sia ignoranza o cosa quando vedo una ragazza che toccata da un ragazzino inizia ad agitarsi manco fosse stata contagiata da chissà quale malattia.
Il sole nel frattempo, ha deciso che per oggi la giornata può finire qua, per loro forse. Alcuni prendono la via del ritorno, il ragazzino con il braccio imputato incontrerà un uomo che all’apparenza potrà avere all’incirca cinquant’anni, siamo nella stazione, con l’unica mano rimasta tira fuori una busta piena di moneta e gliela consegna. Stessa cosa faranno due donne che arriveranno dopo di lui, hanno in braccio i loro bambini che beatamente dormono, storditi dal sole e dai sonniferi. L’uomo al primo treno diretto a Foggia se ne ritorna a casa, mente il ragazzino dal braccio amputato rimane qui a Barletta a “godersi” la movida barlettana, entrano ed escono dalle pizzerie ora con un pezzo di pizza ora con una porzioni di patatine fritte, lui ne va ghiotto, questo lo ricordo bene.


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