La Voce Grossa di…Ludovica Maiuri(intervista): « “Cammina da sola” questa la lezione di papà che mi ha permesso di farmi strada nel suo stesso mondo»
Nicola Ricchitelli - L'ospite di quest'oggi è tornata sul prato dello “Iacovone” di Taranto dopo 644 giorni di assenza, segnando un netto cambio di prospettiva: non più semplice tifosa sugli spalti, ma giornalista e content creator. La sua è un’ascesa nata quasi per scommessa e trasformata in professione grazie a un’autenticità rara nel panorama dei social media.
Al centro del suo percorso c'è un legame indissolubile con il calcio, ereditato dal padre allenatore. Un’eredità vissuta con orgoglio ma anche con un forte senso di responsabilità, scegliendo di camminare esclusivamente con le proprie gambe attraverso la tutela della sfera privata, l'imparzialità professionale e il totale rispetto per il lavoro di famiglia.
Oltre la telecamera emerge il ritratto di una giovane donna che trasforma il montaggio video nel proprio linguaggio espressivo, distante dalle logiche dei trend e mossa da una ricerca di stabilità emotiva e realizzazione personale che va ben oltre i numeri della rete.
Accogliamo quest’oggi sulle pagine de La Voce Grossa, la voce di Ludovica Maiuri.
Cosa hai provato nell'istante in cui hai rimesso piede sul prato dello Iacovone dopo 644 giorni di esilio?
R: «Sono tornata allo Iacovone dopo 644 giorni, ma in una veste completamente diversa. Se prima vivevo le partite dagli spalti da semplice tifosa, rientrare oggi come giornalista e content creator è stata un’emozione fortissima. Fino a pochi minuti prima di mettere piede in quello stadio, non avrei mai immaginato di poterne varcare la soglia da questa prospettiva e di entrare a far parte, nel mio piccolo, della storia della mia città».
Qual è lo sguardo o la frase di un tifoso che ti ha fatto capire che quella domenica era molto più di una partita di calcio?
R: «Senza dubbio. Da tarantina conoscevo già bene il calore della nostra tifoseria, ma il momento davvero cruciale per me è stato l'abbraccio tra nonno Carmine e Paola Raisi, la moglie di Erasmo Iacovone. Tra oltre 13.000 spettatori, ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto: in uno stadio così grande avrei potuto facilmente perdermi un’emozione simile. Devo ringraziare anche la mia amica Elisa, che era al mio fianco ed è stata prontissima a riprendere la scena. Questo mi ha permesso di realizzare quello che considero uno dei contenuti più belli, se non il più bello in assoluto, da quando ho iniziato questo percorso sui social poco meno di un anno fa».
Chi è Ludovica quando si spegne la telecamera?
R: «A telecamere spente sono una persona estremamente insicura e ansiosa, anche se dai contenuti che pubblico non si direbbe. Infatti, quando mi rivedo, io stessa mi chiedo dove finisca tutta la mia ansia. Sono consapevole di essere una persona abbastanza complicata, ma ho la fortuna di avere al mio fianco persone che mi amano, mi supportano e mi sopportano ogni giorno. Riconoscendo i miei limiti, so che chi mi resta accanto lo fa con un affetto sincero. Sento la loro vicinanza quotidianamente, anche se il lavoro ultimamente assorbe gran parte della mia vita e non mi permette di sentire tutti i miei amici ogni giorno».
Come proteggi il tuo privato?
R: «Semplicemente scegliendo di non mostrarla. Quando il mio profilo si è trasformato in modo del tutto inaspettato in un canale di lavoro, ho deciso di tutelare i miei affetti e la mia sfera privata, evitando di condividere contenuti sulla mia famiglia o sulle mie amicizie. Al massimo pubblico qualcosa di più intimo riservandolo agli "amici stretti" o sul mio profilo privato. È stato un cambiamento improvviso, ed è stato naturale per me stabilire questo confine».
In quale momento hai capito che la content creation stava diventando il tuo lavoro?
R: «In realtà forse non l'ho ancora capito del tutto. Mi fa quasi paura ammettere che ormai ci sono dentro con tutti e due i piedi, soprattutto perché non è stata una cosa cercata o programmata. Mia mamma un giorno mi ha detto che sono una persona coraggiosa — una frase che mi sono persino tatuata un mese fa — ed è stata proprio questa la mia fortuna: essermi buttata quando è arrivata l'occasione. Basti pensare che fino a inizio febbraio non sapevo nemmeno come montare un video né come stare davanti a una telecamera».
Crescere al fianco di un allenatore: quando hai capito che il calcio per te non era solo il lavoro di papà, ma la tua più grande passione?
R: «La mia passione per il calcio nasce proprio dal lavoro di mio padre. Lavorando spesso fuori casa lo vedevo poco, così, fin da bambina, sedermi accanto a lui a guardare una partita era un momento prezioso, uno dei pochi in cui potevamo davvero stare insieme. Il calcio è diventato il nostro punto d'incontro e il modo per condividere del tempo: fino a quando non ho iniziato il mio percorso, la domenica lo seguivo sempre in trasferta insieme a mia madre».
Qual è il consiglio più prezioso che tuo padre ti ha dato per muoverti in un mondo complesso come quello del calcio?
R: ««Mio padre era molto spaventato all'idea che potessi entrare in questo ambiente. Vivendolo da dentro voleva semplicemente tutelarmi dai giudizi della gente, e da genitore lo capisco benissimo. Nonostante i suoi timori, però, mi ha sempre lasciata libera di muovermi, raccomandandomi soltanto di non snaturarmi mai e di restare fedele ai valori che mi ha insegnato. Ho fatto tesoro di questo consiglio e me lo porto dentro in tutto ciò che faccio».
Da creator, come gestisci l'equilibrio tra il tifo per le squadre di tuo padre e il distacco professionale che serve nei tuoi video?
R: «Ho sempre cercato di non sfruttare il mio cognome a mio vantaggio. Mio padre è stato chiaro fin da subito: "Se vuoi arrivare da qualche parte devi meritartelo e camminare con le tue gambe, non ti aiuterò". Non lo ha fatto per cattiveria, ma per insegnarmi il valore del merito, e io sono fiera del cognome che porto. La mia professionalità passa dal rispetto per il suo lavoro: se la sua squadra perde, io "entro in silenzio stampa" e non esprimo mai giudizi sulle partite sui miei canali social. Ne parliamo a casa, in privato. Sui social condivido contenuti leggeri che non possano mai intaccare il suo ruolo o mettere in difficoltà il suo club. L'anno scorso, ad esempio, collaboravo con una testata di Foggia mentre mio padre era a Cerignola: vista la rivalità tra le due piazze, ho chiesto espressamente di occuparmi del resto della Serie C, lasciando fuori entrambe le squadre per tutelare il suo lavoro».
Scrittura, riprese, montaggio: in quale fase del processo creativo ti esprimi meglio?
R: «Penso di esprimermi al meglio nella fase di montaggio. Quando si tratta di scrivere, dentro di me c'è un turbinio di emozioni che spesso non riesco a restituire come vorrei, ed è un mio limite. Nelle riprese me la cavo abbastanza bene, ma è al montaggio che si fa la vera differenza: ti permette di strutturare il contenuto come desideri, limare i piccoli errori e valorizzare i momenti salienti delle riprese. È lì che prende vita il racconto».
I social sanno essere spietati: come ti difendi dalle critiche e dai commenti negativi?
R: «Devo dire la verità, mi ritengo davvero fortunata: se è vero che i social sanno essere spietati, con me finora non lo sono stati affatto. Ho sempre cercato di mostrarmi per quella che sono, semplice e genuina, senza costruire un personaggio e rimanendo fedele a me stessa. Questa autenticità viene molto apprezzata e infatti sono sommersa d'affetto. Ho ricevuto pochissimi commenti negativi, ma l'ondata di messaggi positivi è così grande che quelli negativi non li ricordo nemmeno».
Quando arriva il "blocco del creator", dove vai a cercare nuova ispirazione?
R: «Il mio cervello è sempre in continua attività, non si ferma mai. Se però un giorno dovesse arrivare il cosiddetto "blocco del creator"—cosa che al momento non si è ancora verificata—lo accetterei semplicemente come parte integrante di questo percorso. Lo interpreterei come un segnale, un momento necessario per fermarmi e riposare».
Oltre i follower e i trend del momento, qual è il tuo vero sogno nel cassetto?
R: «L'unico vero sogno nel cassetto che ho è essere felice e sentirmi realizzata, qualunque cosa il futuro abbia in serbo per me. Ciò che desidero davvero è poter vivere una vita che sia stabile soprattutto dal punto di vista emotivo, prima ancora che economico».



