L’apoteosi di Max Pezzali a Bari: una notte leggendaria incisa nella storia del San Nicola
Nicola Ricchitelli - C’è un momento preciso, nello spazio sospeso tra il crepuscolo e la notte di Bari, in cui lo Stadio San Nicola smette di essere un monumento di cemento per trasformarsi nel santuario collettivo dei nostri ricordi più puri. Quando le prime note di tastiera squarciano l'aria tiepida della Puglia, migliaia di cuori accelerano all’unisono, travolti da un'ondata di nostalgia così potente da far tremare le gambe.
Quello di Max Pezzali non è solo un concerto: è un viaggio nel tempo senza filtri, dove i cinquantenni di oggi tornano i ragazzi matti di ieri e i ventenni cantano a squarciagola poesie pop scritte prima ancora che nascessero, uniti sotto una galassia artificiale di migliaia di smartphone accesi che illuminano il cielo come lucciole. Max Pezzali è lì, al centro del palco, immobile e immenso nella sua umile normalità fatta di jeans e cappellino, ma capace con un solo gesto di risvegliare i fantasmi felici della nostra adolescenza, quelle prime cotte estive, i viaggi in motorino e i sogni chiusi in un cassetto che non abbiamo mai smesso di cullare.
La scaletta è un ingranaggio perfetto che non lascia respirare l'anima: la scarica di adrenalina iniziale di "Tieni il tempo" squassa il prato come una scossa elettrica, mentre i maxischermi giganti si accendono di grafiche tridimensionali ed enormi elementi gonfiabili a tema pop anni '90 che oscillano a ritmo di musica. Il battito accelera con la sequenza estiva di "Bella vera" e "La lunga estate caldissima", trasformando l'astronave di Renzo Piano in una gigantesca festa a cielo aperto, prima di sprofondare nella vertigine romantica di "Ti sento vivere" ed "Eccoti".
È proprio durante queste confessioni a cuore aperto che il tempo si ferma davvero: una proposta di matrimonio catturata in diretta dalle telecamere scatena un’ovazione commossa in tutto lo stadio, cementando una promessa d'amore eterno sulle note della colonna sonora di una vita. Ma l'emozione si fa ancora più intima e viscerale quando Max intona "Gli anni"; sullo sfondo scorrono le immagini dei miti del passato e lo stadio si unisce in un lunghissimo, toccante applauso per Igor Protti, l'indimenticato capitano del Bari, trasformando il concerto in un abbraccio collettivo alla città. Subito dopo, sulle note immortali di "Come mai", le voci si fondono in un unico, immenso pianto liberatorio, un coro oceanico che copre la musica e stringe il petto in una morsa di pura commozione, mentre i maxischermi proiettano i volti rigati di lacrime di un pubblico che si specchia l'uno nell'altro. Quando i cannoni sparano l'ultima, spettacolare tempesta di coriandoli colorati che fluttua lenta sopra la marea umana sulle note finali di "Con un deca", si respira la sensazione nitida di aver preso parte a un rito sacro: un fermo immagine rimasto intatto nel cuore, la prova tangibile che finché canteremo queste canzoni, non saremo mai davvero soli, e quegli anni d'oro non finiranno mai.

