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Litfiba, la nuova "17 Re"? Certi fuochi una volta spenti non andrebbero riaccesi con la benzina del marketing


Nicola Ricchitelli – C’era un mistero che durava da quarant’anni: che fine avesse fatto la canzone che dava il nome al disco più bello dei Litfiba? Ora che l'abbiamo sentita, la risposta è amara: forse era meglio se restava chiusa nel cassetto. Il problema non è che la canzone sia brutta, è che non sono più i Litfiba. Quello che nel 1986 era un sogno oscuro, fatto di atmosfere magiche e parole che ti facevano viaggiare con la mente, oggi è diventato un pezzo rock qualunque, urlato e senza fascino.

C’erano cose che, nel tempio del rock italiano, dovevano restare intatte. Una di queste era l’aura mistica di 17 Re, l’album che nel 1986 definì il dark-wave. Ma l’operazione commerciale e artistica che ha portato alla luce la "nuova" title track oggi sembra meno un omaggio e più un atto di profanazione estetica.

Il peccato originale risiede nella scelta di Piero Pelù di riscrivere il testo. Hanno voluto fare i "moderni" a tutti i costi. Piero Pelù ha preso un testo che doveva essere poetico e lo ha riempito di riferimenti ai droni, ai computer e alla politica di oggi. Risultato? Quella che doveva essere una leggenda ora sembra una polemica da social network. La magia è sparita per lasciare posto alla cronaca. Anche la musica ha perso la sua anima. Dove sono finiti quei suoni ipnotici che ti facevano venire i brividi? Tutto è stato coperto da un rumore troppo forte, troppo veloce e troppo "pulito", che cancella quel sapore unico che avevano i vecchi dischi della band.

Se il testo delude, l’operazione musicale solleva dubbi ancora più profondi. Per decenni la title track di 17 Re è rimasta un fantasma, un mito mai ascoltato da nessuno e proprio per questo sacro. Eppure, invece di rispettare quel mistero, la versione 2026 lo cancella con una produzione muscolare e invasiva, che sembra voler colmare con il rumore il vuoto lasciato dall'originale. Inseguendo un rock moderno e aggressivo, lontano anni luce dalle atmosfere della Trilogia, la band ha scelto di 'inventare' un passato che non le appartiene più. Il risultato è un brano che non recupera la storia, ma la sostituisce con un sound 'palestrato' che schiaccia sul nascere quelle suggestioni dark che i fan hanno immaginato per quarant'anni.

Vedere la formazione storica riunita per dare vita a quello che sembra un ibrido forzato lascia l'amaro in bocca. Perché ripescare uno scarto del passato se non si ha il coraggio di rispettarne l'identità sonora e tematica? Il risultato è un brano snaturato, un "mostro di Frankenstein" che cerca di piacere ai nuovi fan del rock radiofonico ma che finisce per alienare chi, in quei 17 Re, cercava ancora il mistero e non una lezione di politica contemporanea.

A volte, i segreti dovrebbero restare tali. Questa versione di "17 Re" non aggiunge nulla alla leggenda dei Litfiba; al contrario, ci ricorda che certi fuochi, una volta spenti, non andrebbero riaccesi con la benzina del marketing.

A volte, i segreti dovrebbero restare tali. Questa versione di "17 Re" non aggiunge nulla alla leggenda dei Litfiba; al contrario, ci ricorda che certi fuochi, una volta spenti, non andrebbero riaccesi con la benzina del marketing. Insomma, hanno trasformato un pezzo di storia in un prodotto da radio. Un’operazione che sa più di nostalgia forzata che di vera arte. I veri Litfiba erano un’altra cosa.



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