La Voce Grossa di…Nino Esposito(intervista): «Io sosia di Nino D’Angelo? Io sono Nino Esposito il cantautore che canta anche le canzoni di Nino D'Angelo»
Nicola Ricchitelli - Nel panorama della musica neomelodica contemporanea, pochi artisti riescono a stabilire un legame così viscerale e immediato con il proprio pubblico come Nino Esposito. Nome d'arte di Matteo Vitolo, il cantante ha saputo trasformare le passioni, i dolori e le speranze della quotidianità in canzoni che diventano subito virali, collezionando milioni di visualizzazioni sui social e riempiendo le piazze. La sua forza non risiede solo nelle melodie accattivanti o nella timbrica inconfondibile, ma in un'autenticità rara, capace di azzerare ogni distanza con chi lo ascolta. Nino non canta semplicemente per il suo pubblico; canta con il suo pubblico, raccontando storie in cui chiunque può rispecchiarsi. Abbiamo incontrato Nino Esposito per una chiacchierata senza filtri. In questa intervista, l'artista si spoglia della veste da palcoscenico per raccontarci l'uomo dietro i successi: i suoi inizi, il rapporto viscerale con i fan, l'evoluzione della musica napoletana e i sogni racchiusi nel cassetto per il futuro. Ecco cosa ci ha raccontato.
Quando si guarda allo specchio senza la parrucca bionda e i vestiti di scena, chi vede? Ha mai paura che Matteo Vitolo sia stato completamente fagocitato da Nino Esposito?
R: «Le rispondo con sincerità: Matteo non è mai stato superato da Nino Esposito, perché è stato Matteo a crearlo. Sono io che muovo i fili con la testa, con le idee, con i sacrifici… e Nino Esposito esegue sul palco. Il personaggio è nato da me, non il contrario. Una cosa però è vera: esteticamente Matteo da tanti anni si vede poco. La parrucca non la metto dal 2017 e chi mi segue sa bene che porto il mio caschetto naturale, però l’immagine pubblica costruita negli anni spesso fa vedere prima il personaggio e poi la persona. Non le nascondo che qualche volta penso anche al passato, a certe immagini, a certe fasi della mia vita artistica. Ma non per bisogno di nascondermi dietro qualcosa: forse perché ogni percorso lascia nostalgia. Però una certezza ce l’ho: Matteo c’è sempre stato. Magari più silenzioso, più riservato, ma c’è. Perché senza Matteo, Nino Esposito non esisterebbe proprio».
Sei è nato nel 1991, quando l'epoca d'oro del Nino D'Angelo con il caschetto era già finita e lui si stava evolvendo musicalmente. Cosa si prova a vivere intrappolati nel passato nostalgico di qualcun altro?
R: «Io non la vivo come una prigione. La nostalgia, per tanti, è un rifugio emotivo. Porto sul palco un’immagine che appartiene a una generazione, ma cerco di darle energia nuova. Se diventasse solo imitazione del passato senza vita, allora sì, sarebbe una gabbia».
Nel mondo dell'arte, il falsario perfetto viene stimato ma non ha diritti sull'opera. Qual è il compromesso più doloroso che deve accettare quando canta un pezzo che sente emotivamente suo, ma che il pubblico attribuisce a un altro?
R: «Il compromesso è accettare che l’emozione che provo io sul palco nasce da una canzone che ha una storia precedente alla mia. Però non mi sento un falsario: io interpreto. Come fa un attore con un personaggio scritto da altri. Il dolore più grande, forse, è quando la gente dimentica che dietro c’è comunque una persona che lavora, prova e sente».
La sua popolarità è esplosa unendo la tradizione neomelodica alle dinamiche dei social. Il pubblico di oggi la segue per reale devozione alla cultura pop napoletana o c'è una componente di voyeurismo e meme-culture?
R: «Credo entrambe le cose. C’è chi viene perché ama davvero quella musica e quel mondo, e chi arriva per curiosità o ironia. Ma spesso chi arriva ridendo resta perché trova emozione. Alla fine conta quello: creare un legame vero».
Ha mai avuto un confronto diretto o uno scontro freddo con il vero Nino D'Angelo o con il suo entourage riguardo ai diritti di immagine o all'utilizzo del suo repertorio?
R: «Sì, ci siamo parlati. E posso dire una cosa: Nino, per tanti artisti, è stato quasi una figura paterna, un punto di riferimento umano oltre che musicale. Da parte sua non ho mai ricevuto richieste o tensioni legate ai diritti o all’utilizzo del repertorio. Anche perché quando faccio eventi pubblici tutto viene gestito regolarmente: si compilano i borderò e i diritti d’autore arrivano attraverso la SIAE, com’è giusto che sia. C’è un sistema preciso dietro queste cose. Per quanto mi riguarda, ho sempre cercato di portare rispetto alla sua storia. Perché prima del personaggio che interpreto, c’è l’artista che ha segnato intere generazioni. E il rispetto viene prima di tutto».
Lei si esibisce spesso per gli emigrati italiani all'estero. Che tipo di Italia e di Napoli le chiedono di cantare? Non teme che questa continua ricerca di nostalgia congeli l'immagine del Sud a quella degli anni '80?
R: «Gli emigrati cercano appartenenza. Non chiedono solo una Napoli vecchia: cercano l’odore di casa, i ricordi dei genitori, un pezzo di identità. La nostalgia può diventare limite se resta ferma, ma può essere anche ponte».
Nei suoi singoli inediti, come “Succere quando t'annamure”, cerca di mettere Matteo o deve per forza "colorarli" con le sfumature vocali di Nino D'Angelo per non perdere l'attenzione dei fan?
R: «Negli inediti cerco di mettere Matteo, le mie esperienze, quello che sento e voglio raccontare. Poi è normale che un percorso artistico lasci delle influenze: non rinnego nulla di quello che ho fatto. Però le dico una cosa: se un sosia riesce a far emergere anche una sua canzone originale, allora è quasi un miracolo. Significa che quella canzone è davvero bella e arriva alle persone, perché il pubblico avrebbe la strada più semplice di fermarsi solo al personaggio o alle cover. Quando una mia canzone viene ascoltata, cantata o apprezzata, per me è una soddisfazione doppia. Perché lì non stanno premiando solo Nino Esposito: stanno dando spazio anche a Matteo».
Il genere neomelodico e i tributi popolari vengono spesso snobbati dai critici "colti" ed etichettati come fenomeno di serie B. Qual è il pregiudizio intellettuale che la ferisce di più?
R: «Quando si pensa che popolare significhi automaticamente inferiore. La musica racconta persone, territori e realtà. Può piacere o no, ma liquidarla come “serie B” senza ascoltarla davvero è superficialità».
Il personaggio del "ragazzo del caschetto d'oro" giocava tutto sulla giovinezza e l'ingenuità. Come invecchia un sosia di un eterno ragazzo? Ha già un piano per quando la fisicità non supporterà più l'illusione?
R: «È una domanda che mi faccio spesso. Nessuno resta uguale per sempre, e penso che col tempo debba crescere anche il modo di stare sul palco. Se un personaggio non evolve, rischia di diventare caricatura. Le dico una cosa con sincerità: vedo persone continuare a interpretare quel tipo di immagine anche a 50 o 60 anni e, personalmente, a volte mi sembra stoni, perché il personaggio del ragazzo col caschetto nasceva da una giovinezza, da una leggerezza precisa. Anche Nino, con gli anni, ha fatto un’evoluzione artistica e si è liberato di quell’immagine, continuando a fare musica. Capisco che quando interpreti “Nino”, una parte di pubblico si aspetti il caschetto, perché è un simbolo. Però io spero che a 50 o 60 anni la gente venga ad ascoltare soprattutto quello che sono diventato artisticamente, non per vedere un’immagine ferma nel tempo. Glielo dico senza problemi: io mi sentirei a disagio, forse persino ridicolo, a portare il caschetto biondo a 50 o 60 anni se dentro non fossi cresciuto musicalmente. Vorrebbe dire essere rimasto fermo, e io spero di no. Per me la sfida vera non è restare uguale: è evolversi senza perdere la propria identità».
Se domani Nino D'Angelo le chiedesse di smettere definitivamente per lasciare spazio solo alla sua musica originale, lei accetterebbe o il legame con questo personaggio è diventato ormai una dipendenza?
R: «Sarebbe una richiesta forte e andrebbe ascoltata con rispetto. Però le dico anche una cosa con sincerità: non credo che Nino me lo chiederebbe mai. Per quello che conosco di lui, ha sempre dato spazio, consigliato, sostenuto. Per tanti artisti è stato quasi una figura paterna. Io ho costruito questo percorso con sacrifici, anni di lavoro e affetto del pubblico. Non penso che il tema sarebbe “smettere o continuare”, ma come evolversi. Perché nessun artista dovrebbe restare fermo nello stesso punto per tutta la vita. Il legame con questo personaggio è forte, inutile negarlo, ma non voglio che diventi una dipendenza. Vorrei che col tempo emergesse sempre di più anche Matteo, senza cancellare quello che Nino Esposito ha rappresentato nella mia storia. La gente se vuole solo il sosia di Nino D' Angelo per divertirsi può chiamare tranquillamente gli altri sosia ...Io sono Nino Esposito il cantautore che canta anche le canzoni di Nino D'Angelo».


