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La Voce Grossa di…Reginaldo(intervista):«Sogno di allenare e di sedere un giorno sulla panchina del Treviso»



Nicola Ricchitelli - In questa intervista esclusiva, l'attaccante brasiliano Reginaldo si racconta a cuore aperto, compiendo un viaggio intenso tra il calcio dei grandi palcoscenici e la realtà genuina delle categorie minori. Dalle origini a Treviso, club che lo ha lanciato fino alla Serie A e che oggi festeggia il ritorno tra i professionisti, fino alle recenti avventure nei dilettanti campani con il Magna Napoli, Reginaldo analizza il calcio odierno con la lucidità di chi conosce ogni segreto dello spogliatoio. Tra i ricordi della cavalcata europea a Firenze sotto la Fiesole, la stima per maestri come Giampaolo e Conte, e una radiografia schietta sulla mentalità dei giovani talenti di periferia, emerge il ritratto di un campione guidato da una passione immutata: quella che trasforma un campo polveroso di Seconda Categoria nel prato di San Siro.

Vorrei partire da Treviso, la città in cui è iniziata la tua carriera. Che effetto ti fa rivedere la squadra in Lega Pro dopo così tanti anni?
R: Sono davvero felicissimo. La mia storia in Italia è cominciata proprio a Treviso. Sapevo che la società stava lavorando da tempo per tornare nel calcio che conta. Fortunatamente hanno trovato un Presidente serio. Dopo anni di sofferenza, la squadra è finalmente tornata in Serie C. Spero che continuino con questa mentalità. So che nell'ambiente lavorano ancora persone splendide che c'erano già ai miei tempi. Auguro al Treviso di raggiungere presto la Serie B: la tifoseria e lo stadio meritano quel palcoscenico».

Cosa rappresenta per te Treviso, sia dal punto di vista calcistico e quindi ciò che hai vissuto in quella città?
R: «Rappresenta tutto. È la società che mi ha lanciato e mi ha permesso di diventare il calciatore che sono oggi. Lì ho fatto tutta la trafila nel settore giovanile fino al debutto in prima squadra, culminato con la storica promozione in Serie A».

Quella promozione arrivò tramite ripescaggio, ma sul campo fu una cavalcata incredibile...
R: «Esatto. Per me non è stato un semplice ripescaggio, ma un campionato vinto sul campo. Eravamo partiti malissimo, ultimi dopo le prime sette o otto giornate. Poi, con l'arrivo in panchina di mister Beppe Pillon – un trevigiano doc – abbiamo ribaltato ogni pronostico. Abbiamo lottato ad armi pari contro corazzate costruite per vincere come Torino, Perugia e Atalanta, risalendo fino ai vertici della classifica. Passare dalle giovanili alla Serie A con questa maglia è stato unico. Treviso rappresenta la mia infanzia, la mia crescita come uomo e come atleta».

Sogni in futuro, vicino o lontano, di poter tornare a Treviso come dirigente o collaboratore?
R: «In realtà il mio obiettivo è fare l’allenatore. So che l'anno scorso ha allenato lì una persona che ha giocato con me. Ora voglio fare la mia gavetta per essere pronto. Se un giorno arriverò a guidare una società come il Treviso, che mi ha dato tantissimo, voglio essere all'altezza per poter dare tutto me stesso».

Tu sei un esempio raro: hai vissuto ogni scenario del nostro calcio, dalla Serie A fino ai campi di periferia, passando per la Lega Pro con Paganese e Trapani. Oggi giochi al Magna Napoli. Cosa spinge un calciatore con il tuo passato a scendere di categoria fino alla Prima o alla Seconda Categoria? Qual è il tuo vero motore?
R: «Il motore è unicamente la passione. È l'amore per questo sport, lo stesso che avevo dentro quando sono arrivato a Treviso a 16 anni. Finché avrò questa spinta, continuerò a scendere in campo. Non devo dimostrare niente a nessuno, ma voglio far capire ai giovani come si affronta un allenamento: in quell'ora e mezza in campo bisogna dare sempre il massimo. Questo è il valore che voglio trasmettere loro».


Ci racconti come sono nate queste ultime esperienze nei campionati dilettantistici?
R: «L'anno scorso ho giocato in Prima Categoria a Reggio Calabria, con il Catona Calcio. Mi avevano chiamato degli amici per tentare l'impresa di vincere il campionato, anche se purtroppo non ci siamo riusciti. Successivamente, dato che lavoro a Marano dove ho aperto una palestra insieme alla mia compagna, ho ricevuto la proposta di una Seconda Categoria a Napoli…».

E hai accettato subito il progetto del Magna Napoli...
R: «Sì, ho accettato perché ho trovato persone vere, per bene, che vogliono fare qualcosa di importante nel calcio. Il primo anno abbiamo vinto subito il campionato di Seconda Categoria. Il Presidente è un uomo di parola e ha un piano ambizioso: portare la squadra in Serie C nel giro di 7-8 anni. Io darò il mio contributo in campo anche l'anno prossimo in Prima Categoria, ma l'obiettivo a lungo termine è crescere insieme. Non appena avrò preso i patentini, inizierò la mia carriera da allenatore proprio con loro».

Questo tipo di esperienze cosa lasciano a un calciatore che, come te, ha calcato i grandi palcoscenici?
R: «E’ tutta una questione di passione. La passione che ho dentro è tale che, anche quando vado a giocare sui campi sintetici di Prima o Seconda Categoria, io la trasformo. Per me è come se andassi a giocare a San Siro. La mia squadra in quel momento diventa il Real Madrid, e io la difendo come se fosse veramente il Real Madrid. La mia passione purtroppo è questa, la vivo in modo incredibilmente intenso, anche se si tratta solo di una Seconda Categoria».

Nella tua carriera hai lavorato con grandissimi tecnici, da Conte a Prandelli. C'è un allenatore incrociato nelle categorie minori che, secondo te, merita palcoscenici più importanti e di cui sentiremo parlare in futuro?
R: «Sì, Raffaele Esposito. L'ho avuto in Serie D al Casalnuovo: eravamo ventiquattro calciatori totalmente nuovi, eppure ci ha fatto esprimere un calcio divertente e organizzato. Ricordo ancora la partita contro la corazzata Siracusa: non solo abbiamo dato loro filo da torcere, ma si vedeva chiaramente che avevano paura di affrontarci. Ha idee eccellenti, fa giocare benissimo le sue squadre e lo ha dimostrato anche con Paganese e Vibonese. Ha tutto per fare il grande salto nei professionisti».


Hai accennato alla possibilità di un futuro in panchina. Tra i tanti grandi tecnici che hai avuto, a chi ti ispireresti come modello di allenatore?
R: «Mi ispiro moltissimo a Marco Giampaolo. L'ho visto crescere: a Treviso faceva il secondo a Buffoni, poi a Siena l'ho avuto come primo. Conosco il suo valore e come lavora. Meritava una carriera ancora più importante. Da lui vorrei prendere la completezza tattica nel lavorare con tutti i reparti. A questa unirei la cattiveria agonistica di Antonio Conte e la pazienza gestionale di Cesare Prandelli».

Facendo un bilancio della tua carriera sul campo: qual è la maglia a cui sei rimasto più legato e quale ti ha regalato le maggiori soddisfazioni?
R: «Il legame più profondo è con il Treviso, la piazza che mi ha lanciato nel grande calcio. La gioia più grande, però, l'ho vissuta alla Fiorentina. Nell'anno di Calciopoli partivamo da -11 e siamo riusciti a centrare la Coppa UEFA esprimendo un calcio meraviglioso. Porterò sempre nel cuore l'emozione dei trentamila del Franchi che ballavano la Macarena per me».

Se guardi indietro, hai qualche rimpianto per non aver raccolto ancora di più in Serie A?
R: «Nessun rimpianto, sono felicissimo della mia carriera e di aver difeso piazze importanti. Avrei potuto fare molti più anni in Serie A, ma ho sempre scelto con il cuore. Dopo la retrocessione con il Parma rifiutai la massima serie per ripagare la fiducia del club, e siamo risaliti subito. L'anno dopo feci la stessa cosa a Siena: chiesi al mio procuratore di restare in B per i tifosi e, grazie anche a mister Conte, tornammo immediatamente in Serie A. Ho sempre deciso io il mio destino».

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