La Voce Grossa di…Gigi Cagni(intervista): «Meno parole, più campo. Hanno trasformato il calcio in una scienza che non esiste»
Nicola Ricchitelli - Ci sono uomini che il calcio moderno fatica a comprendere, perché figli di un'epoca in cui le parole avevano un peso specifico e il campo era l'unico giudice supremo. Gigi Cagni appartiene a quella generazione di tecnici capaci di plasmare squadre e uomini con la forza della concretezza. In questa intensa intervista a cuore aperto, il Mister parte dalle sue radici bresciane per spiegare il segreto di una vita intera: quel «Rànget» (arrangiati!) pronunciato da una madre severa ma lungimirante, che è diventato prima una filosofia di vita e poi il titolo della sua autobiografia. Una lezione che Cagni ha applicato ovunque, costruendo capolavori rimasti nella storia del nostro calcio: dall'epopea del Piacenza tutto italiano, fino alla straordinaria favola dell'Empoli, guidato con orgoglio fino a una storica qualificazione in Coppa UEFA. Dal legame viscerale e a tratti doloroso con la sua Brescia, Cagni riavvolge il nastro dei ricordi. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo tutto d'un pezzo, che rivendica il valore formativo della sconfitta e guarda con diffidenza a un presente che ha trasformato lo sport più bello del mondo in un'astratta scienza da laboratorio.
Mister le manca la panchina?
«No…O meglio, detta così sembra la verità al 100%.... L'unica cosa che mi manca davvero è fare allenamento con i giocatori sul campo, avere una squadra vera da plasmare. Tutto il contorno del calcio di oggi, invece, non lo sopporto più».
Qualche mese fa è uscito il suo libro autobiografico intitolato "Rànget!" – nel dialetto bresciano significa "arrangiati" – quale è stato il suo rapporto con l’arte di arrangiarsi nella vita?
«Questa espressione, era l'espressione che usava mia madre con me. Sono cresciuto con una mamma che, quando le chiedevo cose non importanti o non determinanti, mi guardava, mi diceva "Rànget" e se ne andava. Papà e mamma per le cose serie c'erano sempre, ma per il resto dovevo cavarmela da solo».
Guardando indietro alla sua carriera, quanto è stata importante per lei l'arte dell'arrangiarsi?
«È stata fondamentale nella mia carriera, ma soprattutto nella mia crescita come uomo. È servita con mia moglie, quando ci siamo sposati, nella decisione di avere dei figli e nella loro successiva crescita. Ho cercato di seguire le orme dei miei genitori perché secondo me era l'approccio giusto. Visto con gli occhi di oggi, forse quel metodo può sembrare un po' troppo severo. Magari sì, lo è stato. Però questa severità è proprio quella che mi ha fatto diventare prima un uomo e poi tutto quello che sono riuscito a fare nella mia vita. E ho cresciuto i miei figli allo stesso modo».
Cosa ha significato essere un punto di riferimento proprio nella squadra della sua città?
«È stata una scelta difficilissima. Quando alleni o giochi a casa tua, può andarti molto bene o molto male. Finire in una situazione negativa davanti alla tua gente sarebbe stato un dramma sportivo. Però anche accettare quella sfida faceva parte del discorso di arrangiarsi, di rischiare e di crescere come uomini, che era la prima cosa che si pretendeva nella mia generazione. Il rischio nel calcio c'è sempre: può andarti bene o può andarti male. Devi semplicemente essere capace di sopportare le sconfitte, perché sono proprio quelle che ti insegnano più di ogni altra cosa».
Mister, che effetto le fa vedere oggi il Brescia calcio? Con tutte le vicissitudini che ci sono state, si ha quasi l'impressione che la sua storia non venga rispettata…
«Sei pugliese, quindi hai vissuto da vicino le vicissitudini del Bari. Io del Bari mi ricordo una storia molto simile a quella del Brescia. Il fatto è che oggi ti devi adattare a queste situazioni. Certo che fa male, però in questo momento cerco sempre di guardare al 50% positivo. Adesso un bresciano — un imprenditore di grandissima qualità sotto il profilo dei comportamenti — ha preso in mano la squadra [Pasquale Marini, ndr]. Per questo motivo sono sia soddisfatto che fiducioso. Secondo me il Brescia tornerà a essere quello che è stato».
Il suo nome è indissolubilmente legato a due imprese storiche del calcio italiano. La prima a Piacenza, dalla serie C fino alla Serie A. Come nacque quell'impresa e, soprattutto, come nacque l'idea di una squadra composta da soli calciatori italiani?
«Guarda, quello del Piacenza è l'esempio perfetto di ciò che si dovrebbe fare per costruire una squadra vincente. C'era un Presidente importante sotto tutti i punti di vista: prima di tutto sotto quello morale, e chiaramente forte dal punto di vista economico. Un uomo con una tale forza che non voleva nemmeno essere chiamato "Presidente", ma "Ingegnere" [Leonardo Garilli, ndr], perché diceva che nella sua grandissima azienda i presidenti non comandavano un cazzo. Poi c'erano i collaboratori: il suo vice, che era anche il suo braccio destro in azienda, e un direttore sportivo di grandissima qualità come Gian Pietro Marchetti.
Un gruppo di lavoro molto ristretto, quindi. Ma oltre a voi tre, com'era strutturato l'ambiente? Oggi gli staff tecnici sono numerosissimi, quasi affollati...
«Esatto. Marchetti mi scelse soprattutto per l'aspetto umano: credeva in me come uomo prima ancora che come tecnico. In tre persone siamo riusciti a fare quello che abbiamo fatto. Oltre a noi c'era uno staff societario ridotto, con collaboratori bravissimi e legatissimi al club, perché l'Ingegnere ti faceva amare l'azienda per cui lavoravi. Sul campo, invece, eravamo in tre: io e altri due collaboratori. Oggi nei club c'è una miriade di persone e io non lo comprendo. Il mondo è cambiato, d'accordo, ma i vecchi maestri mi dicevano sempre: "Meno persone parlano ai calciatori, meglio è". I messaggi devono essere pochi, precisi e brevi. La cosa che mi infastidisce del calcio di oggi è che lo hanno fatto diventare una scienza, cosa che non è, a partire da un linguaggio attuale che non sopporto.
In che senso non sopporta il linguaggio del calcio moderno?
«Tutte le volte che ascolto le cronache in TV — che adesso in realtà non ascolto più, tolgo l'audio e metto la musica soprattutto quando parla la seconda voce [il commentatore tecnico] — mi viene da fare una riflessione. Faccio una proiezione e mi dico: "Ma se questo qui entrasse nel mio spogliatoio a parlarmi così facendo l'allenatore, io non capirei niente di quello che sta dicendo"».
Oggi le telecronache, arricchite dalle seconde voci di ex calciatori utilizzano un linguaggio molto tecnico e specifico. Riconosce questo modo di raccontare il pallone?
«C'è una netta differenza rispetto al passato. Anche gli ex calciatori che oggi fanno la seconda voce in TV parlano in modo leggermente diverso, usando termini complessi che non sempre trovo accessibili a tutti. Mi chiedo spesso come questo linguaggio così codificato possa funzionare all'interno degli spogliatoi moderni, che sono pieni di calciatori stranieri. Probabilmente molti allenatori si esprimono così, con concetti astratti, per dire in tre parole cose che una volta spiegavamo in modo molto più diretto e pratico. Ho l'impressione che si cerchi di complicare ciò che è semplice.».
A proposito di complicazioni, una delle immagini più frequenti nel calcio di oggi è l'allenatore che, al momento di un cambio, mostra fogli, grafici e appunti tattici al giocatore che sta per entrare...
«Lo trovo mortificante per l'intelligenza del calciatore. Se fossi in campo oggi e un allenatore mi si avvicinasse sventolando tutti quei fogli, li prenderei e li butterei via. Mi sentirei offeso, trattato da deficiente. Spesso non si limitano a un foglio solo, ne girano diversi per un giocatore che magari deve disputare solo gli ultimi venti metri di partita. Mi dicono che servono per indicare le marcature sulle palle inattive o le posizioni dei centrocampisti, con frecce e schemi infiniti. Ma così facendo si trasformano i calciatori in automi, privandoli del loro istinto».
Lei è nato calcisticamente nel Brescia, un'epoca in cui il calcio si imparava in modo diverso. Qual era il vostro metodo?
«Io sono nato calciatore, con delle qualità innate che poi i miei allenatori hanno affinato. Sapevo esattamente cosa fare sul terreno di gioco perché quello era il mio mestiere. Ho avuto la fortuna di crescere nel Brescia Calcio, entrando nel giro della prima squadra a 14 anni. Non avevamo i filmati o la tecnologia per studiare l'avversario. Quando dovevo marcare un attaccante, prendevo il telefono, chiamavo un collega di un'altra squadra e gli chiedevo: "Dimmi com'è quel giocatore, come si muove?". Oggi, con tutti i mezzi tecnologici a disposizione, studiare l'avversario dovrebbe essere ancora più facile e rapido, non serve spendere ore a guardare video. Bisogna parlare chiaro e semplice. Quando vedo passare un "pizzino" tattico a un giocatore che entra in campo, capisco perché certe cose poi non funzionano».
Il pubblico però sembra avere nostalgia di quel calcio più umano e genuino…
«Questa narrazione del calcio come scienza straordinaria va sfatata. Leggo sulla Gazzetta cronache entusiastiche su tecnici come Rúben Amorim, descritto come un innovatore eccezionale perché fa fare "partitelle a 200 all'ora". Ho scritto anche un post a riguardo: noi facevamo pressing, fuorigioco e partitine a ritmi altissimi trent'anni fa. Dov'è la novità? Il problema è che i giornalisti fanno passare per straordinario l'ordinario, dimenticando che i giovani ci leggono e ci seguono».
Da dove si dovrebbe ripartire per invertire questa tendenza?
«Bisogna cambiare radicalmente il modo di parlare ai giovani. Oggi in Italia non abbiamo più fuoriclasse, né italiani e pochissimi stranieri, forse tre o quattro in tutto. Manca la tecnica di base, non si insegna più lo "stop determinante". Io spero che figure come Claudio Ranieri possano tracciare una strada diversa. Ma il lavoro vero va fatto sugli allenatori, soprattutto nei settori giovanili: vanno formati e pagati adeguatamente. Oggi troppi tecnici sono scatole vuote».
Lei collabora spesso con la scuola calcio del suo ex giocatore Ighli Vannucchi a Lucca. Che approccio utilizzate con i bambini?
«Lì ci sono 150 bambini e mi diverto moltissimo perché Ighli porta avanti la nostra vecchia filosofia di campo. Ma la prima cosa che ho fatto quando sono arrivato non è stata parlare ai ragazzi, bensì ai loro genitori. Ho chiesto di radunarli e ho detto loro chiaramente che il genitore deve stare a casa o, se partecipa, deve stare in silenzio».
Il nome di Vannucchi evoca lo storico "miracolo" di Empoli, con la qualificazione in Coppa UEFA. Qual è stato il segreto di quella squadra?
«Il miracolo non l'ho fatto io, lo ha fatto la società che mi ha messo a disposizione giocatori forti. Se guardiamo quella rosa, molti sono poi diventati calciatori di altissimo livello. Un allenatore non può fare nulla senza la materia prima. Non sei bravo tu in quanto tale; sei bravo se riesci a far rendere al massimo un gruppo di giocatori di qualità. I campionati e le partite si vincono grazie al valore di chi scende in campo, non per i meriti esclusivi di chi siede in panchina».
Nella sua carriera a un certo punto, dopo l'ottima esperienza a Piacenza, è stato vicinissimo al grande salto verso piazze come Inter e Napoli. Cosa successe davvero in quelle occasioni?
«In quel periodo ero uno degli allenatori più stimati e seguiti, ma la fortuna mi ha voltato le spalle in entrambe le circostanze. Per quanto riguarda l'Inter, ho saputo i dettagli direttamente da Sandro Mazzola, con cui ero andato a parlare con Massimo Moratti. Il presidente era entusiasta, mi disse: "Fidati, firmerai il contratto a fine settimana". Quella domenica, però, l'Inter vinse il derby. Moratti era un ultras, un tifoso viscerale, decise di confermare Ottavio Bianchi. L'anno successivo, quando lo rincontrai, mi confessò: "Aveva ragione lei, ho sbagliato a non prenderla". A Napoli, invece, andò diversamente. Pranzai a Bergamo con Corrado Ferlaino, era soddisfattissimo di me. Poi, però, il matrimonio saltò per motivi scaramantici: mi presentai con un vestito nero. Successivamente venni a sapere che anche la moglie del presidente voleva visionare le firme dei tesserati per studiarne la calligrafia. Nel calcio contano anche queste dinamiche».
Mister, un'ultima domanda provocatoria: c'è ancora spazio per un calcio basato sull'istinto e sulle qualità umane, o dobbiamo rassegnarsi a un futuro dominato da algoritmi, droni e lavagne tattiche esasperate?
«La tecnologia deve essere un supporto, non il fine ultimo. Se cancelliamo l'istinto, il coraggio dell'errore e la libertà di inventare una giocata, cancelliamo l'essenza stessa del gioco del calcio. Il campo appartiene ai calciatori, non agli schemi cartacei. Prima lo capiamo, prima torneremo a produrre veri campioni».




