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La Voce Grossa di…Michele Rossetti(intervista): «La mia visione del calcio? Diventata un punto di riferimento per tante persone»



Nicola Ricchitelli - Dai campi polverosi della Promozione fino alle emozioni della Lega Pro, raccontare il calcio autentico è una vera e propria missione. Michele Rossetti — ex direttore sportivo nel mondo dei dilettanti con anni di esperienza nei settori giovanili — ne ha fatto una narrazione diretta e viscerale che oggi conquista oltre 30.000 follower su TikTok.

In questa intervista senza filtri, Rossetti ci porta dentro la realtà del calcio minore: dalla passione viscerale delle piazze pugliesi alle pressioni sui giovani talenti, fino alle proposte di riforma per rendere sostenibile l'intero movimento.

Michele, da un certo momento in poi da dove è nata questa esigenza di raccontare il calcio che ti circonda?
R: «Mi occupo di calcio da quando avevo 18 anni: ho fatto tutta la gavetta nel dilettantismo, dalla Terza Categoria fino all'Eccellenza come direttore sportivo, lavorando molto anche nei settori giovanili. Essendo un grande appassionato di Lega Pro, ho notato che sui social c'era un vero e proprio vuoto comunicativo su questa categoria. Ho iniziato a parlarne quasi per gioco, inviando video ad alcuni amici. Poi i contenuti hanno preso piede: oggi la mia community conta oltre 35.000 follower. Mi riempie d'orgoglio sapere che la mia visione del calcio sia diventata un punto di riferimento per così tante persone.»

Soprattutto cosa ti spinge ogni domenica a preferire la polvere e la passione della Promozione o dell'Eccellenza al fascino patinato della Serie A?
R: «Quando analizzo il calcio, amo partire dalla Lega Pro in giù, attraversando tutto il mondo dilettantistico, dalla Serie D fino alla Terza Categoria. Avendo vissuto da vicino queste realtà, conosco bene gli immensi sacrifici e la dedizione di allenatori e dirigenti. È un calcio genuino, totalmente disancorato dalle logiche del business e alimentato solo da una passione pura. Proprio per questo motivo, sono convinto che meriterebbe una risonanza mediatica molto più ampia».


C'è un campo o una partita in particolare che ti ha fatto dire: "Questa storia dev'essere assolutamente raccontata"?
R: «Ci sono tantissime partite indimenticabili anche tra i dilettanti, in Prima o Seconda Categoria, dove si vedono spalti gremiti con oltre 1.500 spettatori. Penso a realtà come San Marco in Lamis, ma è un fenomeno diffuso ovunque. Ciò che mi affascina di più è il fortissimo senso di appartenenza delle piccole comunità alla squadra del proprio paese. È una realtà speciale, tipica del Sud e in particolare della Puglia, dove anche i piccoli centri si mobilitano in massa. Un patrimonio di passione pura che meriterebbe di essere raccontato a livello nazionale.»

Quando eri alla gestione del settore giovanile, cos'era più difficile far capire ai ragazzi che sognavano il professionismo?
R: ««La criticità principale nei settori giovanili — di cui si parla poco, ma che chi lavora sul campo conosce bene — è la pressione dei genitori. Spesso le famiglie proiettano sui figli aspettative sproporzionate, trasformando lo sport da divertimento a fonte d'ansia, soprattutto nella fascia delicata dei 12-13 anni. Le conseguenze sono concrete: nella mia esperienza ho visto diversi giovani abbandonare il calcio non per mancanza di passione, ma come unica via di fuga dal peso e dalle aspettative imposte dai genitori. È un nodo centrale su cui l'intero movimento giovanile deve lavorare».

L'obbligo dei giovani in campo ha aiutato il movimento o ha solo creato un mercato fittizio?
R: «L'obbligo di schierare i giovani è un'idea giusta, che persino amplierei per spingere i club a investire di più. Il problema è che spesso crea illusioni: molti ragazzi arrivano al professionismo solo per ragioni anagrafiche e, una volta usciti dalla quota under, spariscono dal settore. È un salto nel vuoto spietato: ho conosciuto diversi giovani che, travolti da queste aspettative disattese, sono caduti in vera e propria depressione».


Qual è la qualità fondamentale che un allenatore o un direttore sportivo deve possedere oggi?
R: «Il talento più importante per un allenatore o un direttore sportivo è senza dubbio l'empatia: la capacità di comprendere a fondo la persona che si ha di fronte. Bisogna ricordare che dentro ogni maglia c'è un ragazzo giovane, con le sue difficoltà e le sue fragilità. La vera chiave di volta sta nel trovare il canale giusto per entrare in sintonia con lui: bisogna prima conquistare l'anima del calciatore, e soltanto dopo le sue gambe. Chi non sa gestire l'aspetto umano e non comprende questa dinamica basilare, a mio avviso ha sbagliato mestiere.»

Nel tuo giro per i campi, ti è mai capitato di incrociare un giocatore da categoria superiore che per motivi extra-calcistici non ha mai fatto il salto?
R: «Ho incontrato tantissimi calciatori nei campi dilettantistici che avrebbero meritato ben altri palcoscenici. Quando mi si pone questa domanda, mi viene sempre in mente un nome: Salvatore Bruno, un ragazzo di Foggia dal talento straordinario. Nelle amichevoli contro i professionisti, i direttori sportivi avversari restavano a bocca aperta e si chiedevano come fosse possibile che non giocasse ad alti livelli. Spesso la risposta sta nel contesto familiare: se nel momento decisivo manca un supporto solido sul piano educativo, d'istruzione o emotivo, fare il salto di qualità diventa difficilissimo. Purtroppo è una storia che accomuna tanti ragazzi di grande talento, spariti poi dai radar del grande calcio».

Perché ogni estate assistiamo a fusioni, titoli venduti e piazze che spariscono nel nulla?
«Ogni estate assistiamo allo stesso triste copione: fusioni, club che scompaiono o che addirittura falliscono a stagione in corso, falsando inevitabilmente i campionati. Il nodo centrale è che in Italia abbiamo troppe squadre nel professionismo. Mantenere tre gironi di Serie C è insostenibile. A mio avviso, la riforma ideale prevederebbe solo tre categorie professionistiche: Serie A, Serie B e una Serie C a girone unico da 18 o 20 squadre, lasciando tutto il resto al mondo dilettantistico. Solo così il sistema diventerebbe davvero sostenibile; altrimenti, continuare su questa strada, la situazione potrà solo peggiorare».

Se ne avessi il potere, qual è la prima cosa che cancelleresti o cambieresti da domani nel calcio pugliese?
R: «Cambierei diverse cose, ma ripartirei da un principio fondamentale: il calcio appartiene alla gente. Presidenti, dirigenti, allenatori e giocatori sono di passaggio, dei semplici "affittuari"; gli unici veri proprietari di una squadra sono i tifosi, perché loro ci saranno sempre. Per riavvicinarli, riaprirei i cancelli degli allenamenti a porte aperte e punterei su una comunicazione quotidiana e trasparente, spiegando le decisioni societarie o le scelte di formazione. Dobbiamo coinvolgere di più la piazza, altrimenti si rischia di trasformare un grande sport di massa in un’élite per pochi».

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