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La Voce Grossa di…Jessica Schillaci(intervista): «Scrivere di mio padre Totò è stata una cura»


Nicola Ricchitelli - Delle volte le parole sono l’unico modo per trattenere chi non può più essere accanto a noi. Jessica Schillaci nel libro “Solo io posso scrivere di te”, racconta suo padre – il grande Salvatore “Totò” Schillaci - non solo come il campione amato dagli italiani, ma come l’uomo che ha segnato la sua vita. Attraverso ricordi intimi, momenti familiari e gli ultimi istanti trascorsi insieme, l’autrice costruisce un ritratto autentico e profondamente umano, restituendo al lettore il Totò Schillaci che il pubblico non ha mai conosciuto davvero. Un memoir che è insieme un atto d’amore, un percorso di elaborazione e un modo per custodire la memoria di un papà speciale.

Accogliamo sulle pagine de La Voce Grossa, la voce di Jessica Schillaci.

Cosa ti ha spinto a trasformare i tuoi ricordi di tuo padre in un libro?
R: «In primis il dolore per la sua malattia e la sua mancanza. La scrittura è stata una cura».

Nel libro parli di 19 episodi inediti: come hai scelto quali ricordi includere e quali lasciare fuori?
R: «Non ho scelto. Il libro nasce da un dolore e ogni giorno di malattia mi ha ricordato un momento passato insieme. Un capitolo chiamava un altro capitolo. Sono nati con naturalezza con un effetto domino».

Scrivere di una persona amata scomparsa è difficile: qual è stato il momento emotivamente più complesso durante la stesura?
R: «Fare i conti con alcune cose tra noi non risolte. Il nostro rapporto è stato altalenante. Ogni giorno che scrivevo dovevo ripercorrere sia il nostro passato difficile che la sua sofferenza fisica ed emotiva legata alla malattia. Alle volte era un dolore troppo forte, come quello delle confessioni di papà una settimana prima che andasse via».


C’è un ricordo di tuo padre che ti emoziona ogni volta che lo rileggi?
R: «Sì, quello in cui gli ho parlato della mia speranza e della mia fede. A fine vita leggergli dei passi biblici è stato molto importante. Lo ha incoraggiato e mi ha aiutato a essere più serena e consapevole».

Nel pubblico tuo padre è ricordato come un campione; tu invece racconti l’uomo: qual è la distanza tra queste due immagini?
R: «In realtà nessuna distanza. La sua vita da campione ha molte analogie con quella dell’uomo che nessuno conosceva prima di questo libro. Anche la confessione sul rigore mai tirato ne è l’emblema

Hai scoperto qualcosa di nuovo su di te o sul rapporto con tuo padre mentre scrivevi il libro?
R: «Ho scoperto il perdono che è l’aspetto più bello dei rapporti tra genitori e figli, la lentezza della vita che ti permette di apprezzarla di più e il fatto che papà a fine vita mi ha rivelato di credere in Dio».

Il tuo intento era più quello di condividere, di ricordare o di proteggere la memoria di tuo padre?
R: «Condividere un dolore e una cura e ricordare a me stessa e agli altri quello che avevo vissuto


Come hanno reagito i tuoi familiari leggendo i racconti? C’è stato un confronto che ti ha colpito?
R: «I miei familiari ne sono rimasti colpiti credo positivamente. Sono emozionati a rivedersi in ogni racconto. Mia madre piange ogni volta che mi sente parlare. Il libro è una dedica a lei e alla storia d’amore dei miei genitori».

Se tuo padre potesse leggere questo libro, quali pensi sarebbe il suo commento?
R: «Direbbe quello che diceva del mio zaino di scuola. È un “chiummu” un peso importante! Può essere. Un giorno nella risurrezione gli leggerò tutto questo e spero possa conoscere con i miei occhi come lo vedevo davvero dentro al mio cuore».

Dopo questa esperienza, pensi di continuare a scrivere? Hai già altre idee o progetti?
R: «Sì! Sto già lavorando a un altro progetto. Un romanzo con un tema molto attuale. Spero di riuscirci in breve tempo».

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