La Voce Grossa di…Bonask(intervista): «Con le mie interviste metto in risalto il pensiero delle persone comuni»
Nicola Ricchitelli – Microfono alla mano, faccia tosta e il talento raro di trasformare una normale serata in città in un contenuto virale: la voce che ospitiamo quest’oggi è molto popolare tra i giovanissimi della sesta provincia pugliese, da Trani a Bisceglie, passando da Barletta fino ad arrivare ad Andria, ma la sua popolarità non si ferma qua, le sue esilaranti – ma non troppo – interviste cabaret hanno varcato i confini della Sesta provincia, fino ad arrivare a Bari, Corato e Ruvo di Puglia.
L’ospite di quest’oggi ha trasformato la strada nel suo studio televisivo personale, gli ingredienti poi sono una dose massiccia di sfacciataggine barese, un microfono che ha visto più verità scomode di un confessionale e la capacità di scovare il 'personaggio' anche nel passante più insospettabile.
Dalle piazze della Puglia ai feed di mezza Italia, lui ha riscritto le regole dell'intrattenimento street. È quello che vi ferma mentre state pensando ai fatti vostri e vi trascina in un vortice di domande assurde, guru improbabili e saggezza popolare rubata tra un caffè e l'altro. Non è solo un creator, è un catalizzatore di quel caos genuino che solo la strada sa regalare e che lui riesce a impacchettare perfettamente per farci ridere (e un po' riflettere) tra uno swipe e l’altro. Oggi però, per una volta, le domande le facciamo noi e cerchiamo di capire come si fa a restare seri mentre il mondo intorno ti regala perle di rara follia.
All’anagrafe lui è Francesco Bonaventura, per la rete è Bonask, ne siamo certi, sentiremo in futuro parlare di lui, ma oggi siamo noi a parlare con lui…
Chi è Bonask quando si spengono le telecamere e chi invece quando si accendono?
R: «Quando si spengono le telecamere Bonask si trasforma in Francesco Bonaventura, la persona dietro il personaggio che vive la quotidianità di tutti i giorni con le sue difficoltà, le sue ansie e le sue preoccupazioni. Francesco è una persona che pensa spesso, insicuro, impulsivo ma anche riflessivo. Quando la telecamera si accende svanisce tutta quella parte riflessiva, la paura, è una metamorfosi, una magia. Non so neanche io come avvenga. In quel caso è Francesco Bonaventura a trasformarsi in Bonask. Questa trasformazione mi ha salvato la vita, mi ha salvato dai miei disagi quotidiani. Quando facevo musica ho scritto una canzone che si chiamava “Persona e Personaggio” che sottolineava proprio questo tema a causa della superficialità del giudizio degli altri».
Da dove nasce il nome “Bonask” e cosa rappresenta per te oggi?
R: «Il nome Bonask nasce molto prima di intraprendere questo format. Nasce inizialmente come nome Instagram che avevo utilizzato quasi per gioco, non aveva un significato ben preciso, mi è venuto molto spontaneamente. Quando ho iniziato a fare i primi spettacoli sul palco a scuola e nei villaggi turistici l’ho iniziato ad usare come nome d’arte. Sarebbe l’unione fra Bonaventura, il mio cognome all’anagrafe, con la parola inglese Mask, che significa personaggio, maschera. Ma quando ho iniziato ad intraprendere il format delle street interviews ha assunto anche il doppio significato di Bon-Ask: Domandare alle persone qualcosa. Secondo me nel 2020 accadde uno scherzo del destino. Era forse già tutto scritto che mi dovessi chiamare così. La mia è una dimostrazione che le cose non accadono mai per caso».
Quando hai capito che i social potevano essere più di un passatempo?
R: «Ho capito che i social potessero diventare più di un passatempo quando avevo alla base delle idee, un progetto con degli obiettivi ben precisi. L’animazione mi ha aiutato tanto ad avere queste idee, mi ha fatto capire cosa significa avere a che fare con un pubblico reale, stare a contatto con la gente ed intrattenerla anche solo per pochi minuti. Appena ho preso questa scelta di creare questo progetto ero convinto di poter creare qualcosa di carino. Poi con lo studio e la pazienza qualcosina l’ho messa giù, ma rimango molto umile perché so di essere ancora all’inizio. Devo farne di strada».
Quanto c’è di reale e quanto di costruito nel personaggio che mostri online?
R: «Nel personaggio che mostro online c’é la parte giocosa ed esuberante di Francesco che spesso negli anni passati e nella vita di tutti i giorni mi ha portato molte difficoltà nei rapporti sociali perché purtroppo viviamo in un mondo bigotto e retrogrado, che non accetta spesso il diverso. Invece che eliminarla completamente e rinchiudermi nelle mie fragilità ho deciso di utilizzarla per crearci su questo personaggio “animatore di strada”. Prima utilizzavo questa parte di me anche nel quotidiano, ma diverse esperienze di vita mi hanno fatto capire che a volte non serve per forza far ridere o far divertire. Però almeno l’aver creato questo personaggio e questo progetto lo utilizzo come un motivo valido per pormi così per strada, anche se a volte la gente ha tanti pregiudizi e pensa che io sia sempre così, e a volte ci rimango male».
La provincia (Bari e dintorni) che ruolo ha nella tua creatività e nei tuoi contenuti?
R: «La provincia ha un ruolo fortissimo per me. Utilizzo la provincia come teatro delle mie performances sia per una differenziazione nel posizionamento dei contenuti in un mercato molto saturo, sia perché riesci a creare con delle semplici street interviews un impatto reale sulle persone, quello che secondo me dà realmente valore ad un progetto. Nelle città di provincia è molto più facile ricordarsi di un contenuto perché non si vedono spesso delle persone con delle iniziative, figurati un ragazzo che va con molta non-chalance a porre delle domande per strada ai passanti. Il mio non è solo un modo di far ridere, ma è anche un modo di valorizzare un territorio spesso tralasciato come la provincia di Bari. Voglio che i miei video siano uno specchio della società di ogni città, per far sì che il pubblico di quella città si riconosca nelle persone che intervisto. Cerco di mandare un messaggio implicito in un mondo online che spesso tutto valorizza tranne che contenuti con un messaggio».
Cosa ti diverte di più: far ridere, far riflettere o provocare?
R: «A me non piace minimamente provocare, lo trovo poco corretto a volte. Anche perché provocando darei un motivo valido alla gente di criticarmi anche pesantemente, cosa che spesso mi accade senza motivo. Tanta gente pensa che io sia così, ma non è vero. Non è vero che siccome faccio delle interviste di strada sono per forza colui che denuncia problemi sociali e si cerca la cattiveria. Il mio scopo è sia far ridere ma anche riflettere, mettendo in risalto i pensieri delle persone comuni, dal ragazzino all’anziano, dall’avvocato al pescatore, dalla ragazzina alla signora radical chic. Vorrei che guardare i miei video sia non solo un momento di svago e di valorizzazione di un territorio, ma anche un modo per creare dialogo, scambio di opinioni, mentalità critica, soprattutto nei ragazzini che la società odierna purtroppo istruisce ad essere ignoranti. Cerco sempre di portare a casa delle opinioni che possano far discutere, ma mai provocare».
Hai mai avuto paura di esporti troppo o di non essere capito dal pubblico?
R: «Ho sempre paura di non essere capito, ma ho imparato a conviverci, a scherzarci su come faccio nei miei video. Anzi dico di più: non per mancanza di autostima, ma sono convinto che l’80% delle persone che mi guarda non mi sopporti, mi trovi fuori luogo, maleducato, un perditempo, colui che “deve trovarsi un lavoro serio”. Qui entra in gioco l’altra faccia della medaglia della provincia: la mentalità. Quasi sempre le iniziative differenti o il nuovo in luoghi come questo spaventano, vengono viste come una negatività e non come una ricchezza. A Corato nei primi mesi del format ero sotto l’occhio di tutti. All’inizio l’espormi tanto e l’essere tanto criticato mi ha fatto pensare di avere qualcosa di sbagliato in me, ma ho fatto pace con me stesso e mi sono rassegnato. Non ho mai preteso di piacere agli altri e non lo pretenderò mai, ma ho capito che io spesso non piaccio alla gente non perché faccia qualcosa di male o provochi, ma perché sono vero, sono spontaneo, anche sfacciato.
I social ti hanno dato più opportunità o più pressioni?
R: «Mi danno tante opportunità ma anche tante pressioni. Le opportunità di raggiungere sempre un pubblico più ampio, di inseguire i miei sogni e crearmi indipendentemente un mio modo di comunicare. Però dà anche tante pressioni. L’essere sempre sul pezzo in primis, perché ahimè le piattaforme te lo impongono. Il pensiero di evolvermi sempre, la paura di essere dimenticato subito ed essere considerato il classico personaggio che dopo due mesi scompare nella nebbia fitta e che non vale nulla. Mi ha cambiato anche la vita e le mie abitudini. Ho sofferto tanto queste situazioni, non ero abituato. Mi sono anche montato la testa all’inizio, pensavo di essere arrivato chissà dove ma invece ero solo all’inizio della montagna da scalare. Ma ho capito nei mesi che non serve a volte correre, non bisogna sempre essere i primi. Bisogna anche respirare, staccare la mente, sennò sei finito. Puoi avere anche tutti i seguaci che vuoi, ma se non vivi anche la vita vera è un enorme problema».
Se domani Bonask sparisse dai social, cosa resterebbe della persona dietro il personaggio?
R: «Resterebbe il rimpianto di non avercela fatta a raggiungere un obiettivo ma anche la tranquillità di averci provato, di essere almeno stato coraggioso a mettermi in gioco. Magari farò altro sempre in questo campo, come un lavoro dietro le quinte perché mi piace creare. Oltre a fare il content creator sono anche uno studente di Scienze della Comunicazione all’Università di Bari: magari come piano B tenterò la strada del giornalismo, dell’editoria, della pubblicità. Ma farò di tutto e lotterò affinché il mio personaggio sia sempre in evoluzione e possa diventare un domani qualcuno in campo professionistico. Ma ci vuole tempo e studio. Umiltà, sempre...».
Qual è il prossimo passo: evoluzione del personaggio, musica, palco… o qualcosa di totalmente inaspettato?
R: «Come dicevano Lucio Battisti e Mogol in una famosa canzone: “Lo scopriremo solo vivendo”. La strada musicale non penso più di intraprenderla perché ho avuto sia delle brutte esperienze ma ho anche capito di essere portato per altro. Cercherò di tentare qualcosa nel mondo della comicità e dell’intrattenimento radio-televisivo, ma quando avrò le idee giuste ed i mezzi giusti per farlo. Al momento sto bene così perché, indipendentemente dai giudizi, il mio format funziona e ho tante idee per svilupparlo anche fuori la provincia di Bari. Ma tempo al tempo».



