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Achille Lauro a Bari, tra piume e autotune, tra artista e personaggio…vale la pena pagare il biglietto per un suo concerto?




Nicola Ricchitelli - L’arrivo di Achille Lauro a Bari riporta a galla una vecchia domanda: siamo andati a sentire un musicista o a vedere uno show di marketing? Per chi sceglie di andare al PalaFlorio il dubbio è reale: si paga per la musica o per tutto quello che ci sta intorno?

Il primo punto critico, sollevato da molti spettatori dopo gli ultimi live, è l’uso continuo dell’autotune. Sui social c'è chi parla di un effetto "esagerato" che trasforma il concerto in una sorta di karaoke digitale, dove la voce vera sparisce dietro i filtri. Dietro le piume, i mantelli e i vestiti firmati, si ha l’impressione che le canzoni farebbero fatica a stare in piedi senza questo enorme apparato visivo. Lauro sembra più un regista che un cantante: usa la scena per coprire testi semplici e limiti vocali.

Anche la sua "rivoluzione" sa di già visto. Il suo stile ricorda quello di David Bowie o Renato Zero di quarant’anni fa, ma riproposto in una versione più "leggera" per i giovanissimi. In questo contesto, anche i momenti di rottura — dai simboli religiosi alle pose forti — appaiono ormai come una "trasgressione calcolata". Non è una ribellione che nasce da un'urgenza artistica, ma una mossa studiata a tavolino per far parlare di sé e dominare i social. È una provocazione che non disturba nessuno, fatta apposta per finire nelle storie di Instagram o TikTok.

Andare al concerto di Achille Lauro significa quindi accettare un compromesso: dare importanza a quello che si vede più che a quello che si sente. Se cercate un’emozione vera, data da una voce senza filtri, potreste restare delusi, come successo a diversi fan che sui forum lamentano la mancanza di "sostanza" musicale. In un mondo dove l’immagine è tutto, Lauro è un bravissimo prestigiatore, ma vale la pena pagare il biglietto quando il trucco è così evidente?


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