La Voce Grossa di…Giorgio Perinetti(intervista): «Bari? Sono stato a un passo dal ritorno... Maradona? Dirgli della positività fu una punizione enorme…»

Nicola Ricchitelli - Passione, intuito e quarant’anni di grande calcio dietro la scrivania. Giorgio Perinetti è un pezzo di storia del nostro pallone: dai trionfi con la Roma di Eriksson alla gestione del delicatissimo "dopo-Maradona" a Napoli, fino al rigore metodico della Juventus e alle storiche promozioni in Puglia con le scommesse, stravinte, su Antonio Conte e Giampiero Ventura. Oggi, con lo stesso entusiasmo degli esordi, il Direttore ha scelto di sposare l'ambizioso progetto dell'Athletic Club Palermo in Serie D. In questa intervista esclusiva, Perinetti si racconta a cuore aperto: la sfida romantica nel calcio dilettantistico, i ricordi indelebili legati a Diego, la sua filosofia dello scouting nell'era degli algoritmi e un clamoroso retroscena di mercato che, solo pochi mesi fa, lo ha visto a un passo dal ritorno nella sua amata Bari. Un viaggio imperdibile guidato da un unico, intramontabile motore: l'amore infinito per il rettangolo verde.
Dopo tanti anni passati sui palcoscenici più importanti del calcio italiano, ha deciso di sposare il progetto dell'Atletic Club Palermo in Serie D. Qual è stato l'input, il motore che lo ha riportato a Palermo per la terza volta, accettando una sfida così diversa rispetto al suo passato?
«In realtà questa è addirittura la quarta volta che torno a Palermo! Il vero motore è stata la passione. La mia passione per il calcio e per il lavoro che svolgo non ha limiti di categoria. Ho già vissuto un'esperienza simile a Venezia: anche se lì la realtà era completamente diversa e l'obiettivo era vincere subito il campionato per riportare il club nel grande calcio, lo spirito era lo stesso. Qui a Palermo il discorso è differente: parliamo di una crescita graduale, della stabilizzazione nella categoria e della valorizzazione del settore giovanile. Il contesto cambia, ma la mia passione resta identica e cerco di applicarla al massimo».
Direttore, quali sono le prospettive reali di questo progetto? Obiettivi come la Lega Pro o la Serie B rientrano nei vostri piani, o vi siete fissati traguardi diversi?
«L'obiettivo principale resta la crescita e il consolidamento nella categoria, poi vedremo se si presenterà l'occasione per fare un salto in avanti. L'anno scorso siamo partiti con il solo scopo di salvarci, dato che per l'Athletic era il primo campionato di Serie D da neopromossa. Nonostante questo, siamo stati persino primi in classifica per alcune giornate e abbiamo chiuso al quarto posto, in piena zona playoff, dimostrando di poter competere ad alti livelli. Quest'anno confermarsi sarà ancora più difficile. Il nostro traguardo, però, non cambia: vogliamo vivere il campionato nel modo più sereno possibile, valorizzare i giovani e crescere esponenzialmente, un passo alla volta».
Lei ha vissuto la piazza di Palermo in diverse epoche. Come è cambiato il modo di approcciarsi al calcio della città e dei tifosi in questi anni?
«In questi anni il calcio è cambiato tantissimo in generale. Quando arrivai a Palermo nel 1990, era un calcio più romantico, più semplice e meno esasperato. Oggi, invece, in tutta Italia il calcio è molto più estremo e fortemente legato al business. Lo dimostra la stessa prima squadra del Palermo, che ora è guidata da una proprietà fortissima e potentissima come il City Group. Questo porta con sé ambizioni enormi e possibilità di investimento gigantesche. Il modo di vivere questo sport, negli anni, si è completamente trasformato».
Di solito si arriva dietro la scrivania dopo un percorso sul campo, magari come calciatore, per poi scegliere tra la panchina e il ruolo dirigenziale. Lei invece a soli 21 anni era già nei quadri dirigenziali della Roma. Perché ha scelto sin da subito la carriera dietro la scrivania?
«È stata un'opportunità del momento, ma come sempre la spinta iniziale è arrivata dalla passione. Io non sono stato un calciatore. Anzi, forse la mia fortuna è stata proprio capire subito che non avrei potuto fare quel percorso, così mi sono gettato immediatamente nella carriera da dirigente. D'altronde, molti personaggi illustri che hanno fatto la storia di questo mestiere non sono stati calciatori importanti: penso ad Allodi della grande Inter, a Moggi, Corvino o Berta dell'Atletico Madrid. Nessuno di loro ha un passato rilevante in campo, eppure hanno sviluppato doti straordinarie dietro la scrivania. Io mi ispiro a figure come loro».
Direttore, nell'84 alla Roma lei fu tra coloro che scelsero di puntare su Sven-Göran Eriksson. Quanto coraggio ci vuole per vedere oltre i confini e i parametri tecnici di quel momento storico?
«Fu una scelta delicata ma assolutamente necessaria. In quel momento perdevamo Nils Liedholm che, dopo la finale di Coppa dei Campioni, si era trasferito al Milan. Liedholm era l'unico che faceva giocare la Roma con la zona: avevamo l'obbligo di trovare un allenatore che proseguisse quel percorso tattico, perché nessuno dei nostri calciatori voleva tornare a giocare con la marcatura a uomo. Abbiamo quindi guardato all'estero. Il presidente Dino Viola fu abilissimo a far cambiare le norme federali dell'epoca per permetterci di tesserarlo. Vista la straordinaria carriera che Eriksson ha fatto in seguito, fu decisamente un'intuizione felice».
Direttore, si è mai dato una spiegazione a quel famoso e drammatico Roma-Lecce del 1986?
«Più che una spiegazione, conosco la verità. Ma non si tratta di una verità complottistica o di qualche strana macchinazione. Semplicemente, si sono verificate delle dinamiche che a volte capitano nel calcio e sono stati commessi diversi errori. All'epoca ero un dirigente giovanissimo; certamente, con l'esperienza che ho oggi, quegli sbagli non sarebbero stati ripetuti. Quella sconfitta, però, mi ha dato la possibilità di imparare tantissimo, proprio grazie agli errori che non fummo in grado di evitare. Se la mia carriera in seguito è stata così positiva, lo devo in gran parte anche a tutto ciò che ho appreso da quel giorno così doloroso».
Subito dopo quell'esperienza lei è arrivato a Napoli, nel Napoli scudettato di Diego Armando Maradona. Che effetto le fece entrare in un ambiente che ruotava totalmente attorno alla figura del "Diez"?
«Era una vera e propria sfera magica. Si respirava il calcio del puro talento: avere in squadra campioni come Careca, Giordano e Maradona significava ammirare tre autentici artisti del pallone. Era un gruppo fortissimo, sospinto da un pubblico meraviglioso come quello napoletano. Dopo il mio arrivo, ho avuto il privilegio di partecipare alla conquista del secondo storico scudetto del club. Successivamente mi è stato affidato il compito di gestire il "dopo-Maradona", un momento delicatissimo. Sulla panchina c'era Claudio Ranieri e insieme a lui, per raccogliere l'eredità della maglia numero 10, decidemmo di puntare su Gianfranco Zola».
È curioso notare come oggi Ranieri e Zola si ritrovino nuovamente vicini nel panorama calcistico, con ruoli importanti per rilanciare il nostro movimento...
«Esatto, si sono ritrovati proprio per dare una mano al calcio italiano. Spero davvero che quella bellissima accoppiata che costruimmo a Napoli per il dopo-Maradona possa rivelarsi altrettanto vincente e utile oggi per il bene di tutto il nostro sistema e della Nazionale».
Direttore, conferma la storia secondo cui, nel marzo del 1991, fu lei in prima persona a comunicare a Maradona la sua positività al controllo antidoping?
«Devo dire purtroppo di sì. Fu una situazione decisamente difficile e dolorosa da gestire. All'epoca significava comunicare al numero uno al mondo in quel momento — e forse di sempre — che doveva interrompere l'attività calcistica. Non fu affatto un approccio semplice».
Cosa le ha lasciato dentro, in particolare, un momento così drammatico?
«Mi ha fatto vedere e realizzare direttamente come la vita, in un attimo, ti possa portare dalle stelle alle stalle. Logicamente, la conseguenza di quella vicenda era che Diego doveva smettere di giocare: per il calciatore numero uno sul pianeta, non poteva esistere punizione più grande e severa».
Facendo un salto in avanti, lei ha lavorato con Luciano Moggi a Napoli e vi siete poi ritrovati alla Juventus a fine anni '90. Lì è entrato in un ambiente assai diverso rispetto a quelli vissuti fino a quel momento: un'organizzazione formidabile, una squadra abituata a vincere dove l'unico imperativo era la vittoria. Cosa le ha lasciato quell'esperienza?
«Arrivavo alla Juventus dopo l'esperienza alla Roma, dove c'era stato qualche momento di incomprensione interna. Sentivo il forte desiderio di studiare, vivere e osservare la "macchina Juve" da dentro. Quel mondo rappresentava il massimo dell'organizzazione, del rigore, della concretezza e della finalizzazione assoluta verso il risultato. Volevo comprenderne i segreti. Purtroppo, pur avendo compagni di viaggio eccezionali e amici straordinari come Marcello Lippi, Carlo Ancelotti e lo stesso Moggi, oltre alla guida insostituibile del Dottor Umberto Agnelli, devo ammettere che non l'ho vissuta benissimo. Infatti, nonostante sia stata un'esperienza formativa enorme, ho preferito anticipare la mia uscita dal club».
Dalle parti del “San Nicola” di Bari il suo nome è rimasto impresso nel cuore di tantissimi tifosi baresi... A un certo punto della sua avventura barese, lei decise di portare in panchina Antonio Conte, reduce dall'esperienza ad Arezzo. Cosa vide in lui in quel momento? Ma soprattutto, si aspettava che il Bari vincesse il campionato, e soprattutto in quella maniera così schiacciante?
«No, assolutamente no. Bisogna ricordare che Antonio arrivò in un Bari profondamente depresso, dove allo stadio c'erano appena mille spettatori e l'ambiente contestava duramente il presidente Matarrese. Molti si chiedevano come mai una piazza simile non riuscisse ad avere un destino diverso. Io scelsi Conte perché lo avevo conosciuto da calciatore alla Juventus: si capiva già allora che era un vero allenatore in campo. In un centrocampo dove giocava accanto a giganti come Zidane, Deschamps e Davids, era lui a comandare e a dettare i tempi. La sua straordinaria personalità mi affascinava, ero convinto che sarebbe diventato un grande tecnico. Per fortuna i fatti mi hanno dato ragione: non eravamo affatto i favoriti, ma abbiamo stravinto quel campionato».
Dopo l'addio di Conte, a Bari arrivò Giampiero Ventura. Anche in quel caso la scelta fu accolta da molti mormorii e scetticismo tra i tifosi, visto che il mister arrivava dalla dolorosa retrocessione con il Pisa. Lei come visse quel momento?
«È vero, ci fu un po' di brusio all'inizio. Ventura veniva da una delusione a Pisa, ma io non ho mai badato a queste cose. Quando un allenatore è bravo, ha idee innovative e sposa perfettamente il progetto tecnico della società, i suoi risultati più recenti passano in secondo piano. Ho sempre preferito puntare su professionisti nei quali credevo fermamente, al di là del loro ultimo verdetto sul campo. Del resto, ho applicato la stessa filosofia anche in seguito: quando andai al Siena, decisi di riprendere proprio Antonio Conte, nonostante fosse reduce dall'esonero all'Atalanta. Per me non contava il passo falso precedente, ma il valore dell'uomo e del professionista. E la mia fiducia nei confronti di Conte era identica a quella che riponevo in Ventura».
Direttore, oggi siamo nell'era degli algoritmi e dell'intelligenza artificiale, e molti club si fanno un vanto di utilizzare questi strumenti. Ma per un direttore sportivo vecchio stampo quanto contano davvero? Quali sono gli elementi che usa lei oggi per individuare un calciatore, capire se è funzionale al progetto e valutarne le prospettive?
«Credo che la tecnologia vada tenuta in grande considerazione come supporto, specialmente oggi che il mondo e il calcio sono profondamente cambiati. Resto però convinto che la scelta individuale, quella dettata dall'intuito, dalla visione diretta sul campo — per intenderci, la scuola dei Sartori, dei Sabatini, dei Corvino e di altri colleghi — sia ancora la migliore. Il calciatore è prima di tutto una persona: la sua sensibilità la devi avvertire dal vivo, ed è questo che ti fa capire se un giocatore sia valido o meno. Tutto il resto, algoritmi compresi, deve servire solo come conferma e come supporto».
Un'ultima domanda. Il suo futuro è destinato a rimanere nelle categorie inferiori, nel "retrobottega" del calcio come l'Athletic Palermo, o un giorno la rivedremo su palcoscenici più importanti?
«Ho sempre fatto scelte basate esclusivamente sulla passione, quindi non escludo nulla. In questo momento ho ricevuto anche delle richieste dall'estero, un'esperienza che mi affascinerebbe molto. Potrei fare scelte diverse, ma vedremo cosa riserverà il futuro».
Un suo ritorno a Bari?
«Posso rivelarle che proprio un paio di mesi fa sono stato a un passo dal tornare a Bari. Poi qualcuno ha deciso diversamente, ne prendo atto e pazienza, anche se ammetto che sarebbe stato molto bello. Per qualche ora ho sperato davvero che si potesse concretizzare. Alla fine sono subentrate situazioni che hanno portato a non chiudere l'accordo, ma va bene così. Si va avanti lo stesso, con la speranza che il Bari possa risalire presto nelle categorie che merita».

