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“I Fedelissimi”, storia di un club e di calcio di altri tempi che oramai non esiste più


Nicola Ricchitelli - Un minuto prima che quel piccoletto con la maglia numero 6 perdesse palla a centrocampo dando il là al contropiede della squadra avversaria, consegnando di fatto il vantaggio su di un piatto d’argento, Michele - il numero 9 – si divorava il pallone del possibile vantaggio rendendo vano il  perfetto lancio del numero 10, Vincenzo o Enzo che dir si voglia, che con i suoi piedi buoni regalava palloni cui bisognava semplicemente depositare in fondo alla rete. Si perdevano o si vincevano, ma quelle partite erano sempre così, Davide e quella maglia numero 5 e quei suoi capelli biondi, che assieme al fido compagno di reparto Leo - qualcuno il segno dei tacchetti ancora li porta tatuati -  nelle retrovie menavano che era una bellezza, e le discese su e giù lungo la fascia sinistra di Domenico - sulla fascia opposta invece spingeva come un ossesso un tipetto dal faccino simpatico di nome Salvatore, “Turid” per gli amici - l’altro Domenico, quello che fece addirittura alcuni campionati nelle giovanili della Fidelis Andria invece, risolveva casini tra difesa e centrocampo, mentre quelli i goal erano una questione tra il buon Edy e Michele per l’appunto che i goal sapeva soprattutto farli. A chiudere il 4-4-2 con la maglia numero sette un folletto terribile di nome Alessio che faceva andar di matto chiunque trovava sulla sua fascia, l’altro piccoletto quello con addosso la maglia numero sei invece se ne stava lì nel mezzo del campo a menar e a prendere botte, non sapeva solo perdere palloni sulla linea di centrocampo aveva soprattutto una dote che faceva di lui un buon centrocampista, non aveva paura e non tirava mai indietro  la gamba.  

A difendere i pali erano in due, stesso nome e stesso cognome, uno aveva i capelli rossi l’altro castani, uno portava la maglia numero uno, l’altro il dodici, appunto dodici erano i mesi che li dividevano. 

Dalla panchina di tanto in tanto volava un «baccalà!!!», vuoi per un goal sbagliato vuoi per una palla persa a centrocampo, vuoi per un passaggio sbagliato, e perché no, vuoi perché dopo un goal ci si perdeva troppo nelle esultanze. Perché in fondo lui a pensarci bene non amava molto esultare, al massimo si compiaceva quando vedeva uno dei suoi fare una bella giocata o quando vedeva un bel goal.

Una maglia pesante quasi trent’anni quella biancorossa de “I Fedelissimi”, una maglia capace di scrivere pagine importanti della storia calcistica giovanile barlettana, una maglia che più di ogni altra ha rappresentato quel calcio genuino e verace oramai scomparso dai campetti di gioco. Era il calcio della preparazione di fine agosto a correre sulla spiaggia di ponente con appuntamento alle ore 7, delle corse lungo la salita che costeggia la caserma della Guardia di Finanza fino alla vecchia chiesa di san Michele, e quindi marcia pesante ora cercate di risalire quella salita con la bicicletta. Era il calcio dei salti di zemaniana memoria sulle tribune del nuovo stadio “C.Puttilli”, delle maglie indossate nelle partite del sabato – o della domenica – da riportare lavate il lunedi al massimo il martedi.  

Era il calcio della sera a ”magnare” focaccia e mortadella in quella vecchia sede di via san San Samuele per poi tirare fino a tarda sera mentre si parlava di Baggio che era si un campione ma che non risolveva le partite, di Totti e i suoi capelli, delle formazioni del fantacalcio scritte sul foglietto di carta mentre nel frattempo il mister rispolverava i ricordi di quei campionati vinti e dei suoi ragazzi divenuti calciatori professionisti.

E poi ancora, la convocazione alle 19 il venerdì – tutti convocati nessuno escluso – degli allenamenti il martedi e il giovedi - alle tre in punto si inizia che domenica tre punti non ce li regala nessuno – degli appuntamenti alle ore 7 allo stadio Simeone la domenica mattina, il ritrovo alle ore 6 al “Bar Viola” e quindi due cornetti e un cappuccino che alle otto si gioca, senza padri a gridare sugli spalti cose di ogni tipo nei confronti dell’arbitro, senza padri a convincersi e farci credere quali nuovi eredi di quel tal Diego Armando.

Era il calcio di Angelo, il mister Angelo, Angelo Rinaldi se proprio si vuole andare in fondo alla carta di identità, perchè dire “I Fedelissimi” voleva dire lui e soltanto lui – al netto di presidenti vari - e forse non sarebbero esistiti l’uno senza l’altro. Una vita, tanto ha dato a questo sport quel vecchio leone della panchina che cercava di insegnare in ogni modo e a suo modo movimenti, tattiche e moduli. A volte bastava una scacchiera, mentre tra una partita e l’altra sul tavolo da dama, con una pedina riusciva a spiegarti una marcatura sbagliata e un goal preso su calcio da fermo, a spiegarti quel suo concetto di 4-4-2 - suo vero credo con tanto di rombo a centrocampo e tre quartista dietro le due punte - a quel 5-3-2 modulo che egli stesso definiva ignorante che metteva in campo per l’appunto nelle emergenze per cercare di prenderne il meno possibile.

Dagli anni settanta agli ottanta, passando dai novanta arrivando ai duemila, in quella maglia ci sono passati in tanti e forse un po’ tutti. La maglia dei “I Fedelissimi” era la maglia di un calcio fatto per tutti, bastava solo amare quel pallone e avere tanta voglia di correre su e giù in quel rettangolo di gioco.    

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