La Voce Grossa di…Alberto Rossi(intervista): «Palazzo Palladini per me non chiuderà mai: se finisse, andrei subito a cercare una nuova avventura da iniziare»
Nicola Ricchitelli - Dopo trent'anni trascorsi a dare vita a Michele Saviani in Un Posto al Sole, Alberto Rossi si racconta a cuore aperto in questa intensa intervista. Dalla linea di confine tra la propria identità e quella del celebre giornalista di Palazzo Palladini, al fascino intramontabile di un personaggio d'altri tempi che profuma di vinile in un'era di musica compressa. L'attore riflette sui ritmi frenetici della soap opera quotidiana, sulla "memoria di rimozione" necessaria per girare in pochi minuti, e sul valore inestimabile della formazione all'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico. Tra ricordi di giovinezza – da I Ragazzi del Muretto a oggi – e uno sguardo nostalgico ma lucido sulla televisione e sull'epoca dei social, emerge il ritratto di un professionista che non ha mai smesso di amare l'arte del nuovo inizio.
Dopo trent’anni nei panni di Michele Saviani, quando ti guardi allo specchio ci vedi più Alberto o il giornalista di Palazzo Palladini?
R: «Non scherziamo, Michele rimane sempre in camerino, ci facciamo delle belle chiacchierate, ma chi esce da li è sempre e solo Alberto. A me piace interpretarlo e a lui piace che sia io a farlo, ma lui rimane sempre dentro lo specchio. Sono io che do vita a lui, guai se fosse il contrario».
Michele è spesso percepito come l'incarnazione del moralismo radical chic di sinistra: quanto c'è di insopportabile in questo personaggio e quando invece ti viene voglia di scrollarlo di dosso?
R: «Adoro fare, ogni tanto, quanto di più lontano ci possa essere da me, il radicalchismo, come invece in altre circostanze, fa esattamente quello che farei. Non c’è bisogno di scrollarsi di dosso nulla».
I giornalisti d'inchiesta d'altri tempi come Michele sembrano quasi anacronistici nell'era dei social e del clickbait. Ha ancora senso raccontare un idealista del genere oggi?
R: «Assolutamente, è la sua forza, la sua modernità, la sua inattaccabilità. Questo è spesso ciò che dicono i giornalisti veri che mi seguono: con me respirano, come se facessero girare un vinile su un impianto stereo costosissimo degli anni '80, che esiste ancora e suona molto meglio dei brani compressi che ormai si scaricano gratis ovunque. Non hanno lo stesso suono».
Qual è il cliché sugli attori di soap opera che ti dà più fastidio in assoluto?
R: «Ormai, visto che siamo rimasti praticamente solo noi in Italia, si sono esauriti tutti i cliché che potrebbero darmi fastidio. Siamo molto rispettati e invidiati».
Nel vostro ritmo di girato frenetico, qual è la dote umana che conta più del talento recitativo?
R: «Non farsi troppe pippe mentali sul significato di una scena, ma cercare di concentrare, in quei venti o trenta minuti necessari alla realizzazione, tutto quello che si ha a disposizione e che magari in altri contesti si potrebbe tirare fuori con più calma. La nostra forza è proprio questa: essere bravissimi in pochissimo tempo, trovare immediatamente dentro di noi emozioni, forza, spirito, dramma, amore, odio, sentimenti. E poi, nel momento in cui il regista dice "Stoppppp!", essere già con la testa alla scena successiva e aver gettato nel cestino quella precedente. La sera non mi ricordo assolutamente niente di quello che ho recitato: la chiamo "memoria di rimozione"».
Cosa rimpiangi della TV e del teatro degli anni ’90 che oggi la televisione social ha del tutto perso?
R: «…forse il fatto che non fosse così costante la presenza del telefonino, che ormai ad esempio nei polizieschi può risolvere i casi, mentre nelle storie d’amore può distruggere o sanare delle crisi. Per esempio noi, ne I ragazzi del muretto, facevamo tutto a voce… si prendeva il motorino e si andava, e la scena finiva guardandosi negli occhi. Oggi invece, troppo spesso, la didascalia finale di una scena è: "stringi sullo sguardo di X, dopo aver chiuso la telefonata". Ma comunque è il segno dei tempi, ci mancherebbe, ben venga».
Se potessi incontrare l'Alberto diplomato all'Accademia Silvio D'Amico nel 1990, di cosa lo avvertiresti?
R: «Non lo avvertirei assolutamente di nulla, perché sennò non sarebbe quello che è oggi, soprattutto con gli errori che ha commesso. E ne ha commessi tanti, però tutto serve nella vita, ed è quello che sto insegnando a mia figlia che si è appena affacciata al liceo».
In un'epoca di influencer e celebrità improvvisate, ha ancora senso studiare all'Accademia d'Arte Drammatica?
R: «Ti dico solo una cosa: qualche giorno fa sono tornato in Accademia perché mi serviva un documento per il riscatto degli anni ai fini INPS. È questo il periodo in cui i ragazzi stanno affrontando la terza fase per poter entrare: avevano le stesse identiche facce che avevamo noi al nostro ingresso, gli stessi sguardi, le stesse speranze, i medesimi terrori e le stesse aspirazioni. È stato bellissimo, un vero tuffo nel passato che però, evidentemente, è ancora molto presente. Auguro loro ogni bene; rientrare in Accademia, anche solo per pochi minuti, ha fatto bene anche a me e mi ha regalato grandi emozioni…».
Se domani si chiudessero per sempre le porte di Palazzo Palladini, qual è la prima cosa che faresti?
R: «Se le riaprirei…? Impossibile, Palazzo Palladini non chiuderà mai. Ma forse intendi se si dovessero chiudere per me… In quel caso farei come ho sempre fatto: la considererei come una lunga tournée durata più di trent’anni e andrei a cercarmene un’altra, magari da far iniziare. Io sono sempre quello che dà il via alle cose: ho iniziato con I ragazzi del muretto, la prima serie televisiva italiana in assoluto, e poi con Un posto al sole, il primo prodotto daily della Rai. Di sicuro ci sarebbe un altro inizio, con qualcosa di nuovo…».



