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La Voce Grossa di…Giuseppe Scaringella(intervista): «Futuro? In Serie D…magari provando un altro girone…»



Nicola Ricchitelli - A distanza di alcuni mesi dal suo addio alla panchina della Fidelis Andria, Giuseppe Scaringella torna a parlare in un’intervista esclusiva che traccia un bilancio lucido e articolato della sua esperienza alla guida della squadra pugliese. Un intervento aperto, in cui l'allenatore affronta le tappe salienti del suo percorso, dai risultati sul campo alle dinamiche interne che hanno segnato la stagione.

Mister benvenuto sulle pagine del nostro giornale, innanzitutto come sta e quanto le manca il sedersi in panchina la domenica?
R: «Diciamo che ci sono stati periodi migliori. Quando la tua vita è scandita dai ritmi del campo, stare fuori fa male. Manca l'adrenalina della domenica, il profumo dell'erba, il lavoro quotidiano con i ragazzi e quella ricerca continua della strategia o della didattica giusta per farli crescere. Ma soprattutto manca il contatto umano, lo spogliatoio e tutte quelle emozioni che provi prima e dopo novanta minuti. Alla fine, quando quella palla comincia a rotolare, si muove tutto il tuo mondo. E oggi quel mondo manca enormemente».

Mister, per un andriese l'addio alla Fidelis non è mai solo professionale: come ha metabolizzato l'esonero di gennaio?
R: «Ad essere sincero, al momento dell'esonero la decisione l'ho metabolizzata abbastanza in fretta, proprio perché avvertivo attorno a me un clima di sfiducia da parte della dirigenza. Quando viene a mancare la fiducia reciproca, in qualsiasi ambito lavorativo, cadono le basi per proseguire con serenità e produrre risultati concreti. Sinceramente ne fui sorpreso: eravamo in linea con gli obiettivi stagionali, siamo stati quasi sempre nelle prime cinque posizioni e, pur avendo avuto una flessione nell'ultimo mese, eravamo comunque a soli tre punti dai play-off. L'obiettivo primario era riportare entusiasmo in una piazza importante, e stavamo lavorando proprio per quello».

Cosa le è rimasto di quei mesi?
R: «Conservo ricordi bellissimi di quel percorso. Siamo partiti in ritiro con una squadra rifondata da zero, fatta eccezione per Cipolletta, e siamo riusciti a creare un gruppo unito come una famiglia. La chimica che si è creata fin da subito — grazie allo straordinario lavoro dello staff e allo spessore umano di gente come Allegrini, Cipolletta e Marquez — ci ha regalato un avvio di campionato entusiasmante nelle prime dieci gare. Resta un forte amaro in bocca per non aver potuto guidare la squadra nel finale di stagione: ero certo che avremmo conquistato i play-off, che per me avrebbero rappresentato il terzo traguardo play-off sulla panchina della Fidelis.»

Guardando alla sconfitta contro la Paganese e alle settimane che l'hanno preceduta, vi è qualche rimpianto tattico o di gestione che si porta dietro?
R: «Se guardo al campo, di rimpianti tattici ne ho davvero pochissimi. Ricordo quel periodo finale: la vittoria di Pompei, il pareggio a Ferrandina — su un campo dove loro avevano il secondo miglior rendimento interno — affrontato con ben cinque titolari assenti, il pari in casa contro il Barletta prima che prendessero il largo, fino alla sconfitta su autorete a Pagani. E proprio a Pagani, contro la seconda in classifica, disputammo una prestazione eccezionale, riconosciuta perfino dalla stampa locale che definì la nostra Fidelis la miglior squadra vista fino a quel momento al "Torre". Se devo farmi un'autocritica con la massima sincerità, forse il mio unico vero errore è stato non saper "vendere" o valorizzare abbastanza il mio lavoro agli occhi della società e dei media».

Nel gennaio scorso il DS Califano le comunicò un esonero definito 'sofferto', ma a settembre si è chiusa anche la sua parentesi: guardando indietro, qual è stato il vero corto circuito in casa Fidelis?
R: «Per vincere e primeggiare in campionati complessi e in piazze passionali come Andria serve un fattore fondamentale: l'esperienza di chi sa già come si vince in questi contesti. Se decidi di non inserire in rosa profili già abituati a gestire piazze di questo tipo e, allo stesso tempo, alzi dall'interno le aspettative caricando di pressione ragazzi promettenti ma non ancora pronti a quel peso, rischi seriamente di fare danni. L'ambiente esterno ad Andria garantisce già da solo una spinta e un carico d'attesa enormi; se a questo aggiungi una pressione interna sproporzionata, il corto circuito diventa inevitabile».


Sotto la presidenza Di Benedetto, nel 2024/25 portò la Fidelis in vetta battendo il Casarano poi promossa: quanto brucia non aver avuto la continuità societaria per condurre quel gruppo fino in fondo?
R: «Subentrai alla quinta giornata e facemmo una cavalcata incredibile fino alla fine del girone d'andata: dieci vittorie, un pareggio e una sola sconfitta, conquistando la vetta della classifica. Dire che brucia ancora è un eufemismo. Ho provato sulla mia pelle quanto la forza e la presenza di una società incidano nella carriera di un allenatore, a volte persino più del valore dei giocatori stessi. Quando da dicembre in poi la presenza societaria comincia a venire meno, anche un gruppo fantastico e valori tecnici importanti non bastano più per competere con club corazzati e organizzati come il Casarano in quella stagione. È una ferita che fa male proprio per la grandezza di ciò che stavamo costruendo».

Qualche mese dopo arrivò la clamorosa sconfitta casalinga con la Nocerina in un altro scontro diretto. Cosa si spezzò in quell'ora e mezza al Degli Ulivi dal punto di vista mentale?
R: ««Non è certo nella partita contro la Nocerina che va ricercata la causa del crollo. Posso affermare con certezza che già da inizio dicembre si stava incrinando in maniera irreversibile — come poi i fatti hanno ampiamente dimostrato — quel filo di fiducia che legava la squadra all'allora presidenza. Riguardo a quella gara, analizzandola dal punto di vista tecnico, nei primi 35 minuti siamo stati padroni assoluti del campo, colpendo anche un palo interno con Kragl sullo 0-0. Poi, sul finire del primo tempo, abbiamo incassato due gol in rapida successione. Nella ripresa abbiamo fatto emergere sul terreno di gioco tutta la fragilità e la mancanza di lucidità che, fuori dal campo, stavamo ormai vivendo da oltre due mesi».

In quella squadra un tal Mateus Castro Da Silva fu il perno del suo sistema di gioco per fisicità e carisma: quanto è stato fondamentale per il suo gioco e come è riuscito a valorizzarlo al massimo?
R: Devo dire che avevamo a disposizione elementi davvero fondamentali, e non mi riferisco soltanto a Da Silva: anche in panchina c'erano giocatori di uno spessore enorme per questa categoria. Su Mateus Da Silva spendo una parola in più: per me è uno spirito libero. Se lo ingabbi all'interno di mansioni tattiche troppo rigide o in porzioni di campo determinate, rischia di andare in difficoltà. Se invece gli lasci la libertà di esprimere tutto il suo potenziale fisico e tecnico nelle zone dove lo guida l'istinto, diventa semplicemente devastante. Ed è esattamente ciò che ho fatto. I risultati si sono visti: Mateus sa far gol in ogni modo e in qualsiasi situazione di gioco — di testa, di destro, di sinistro, da dentro l'area, da fuori, in velocità o nello stretto. Tra noi si è creato subito un bellissimo rapporto di stima reciproca, un fattore umano che ha contribuito in maniera determinante alla sua affermazione e alle sue prestazioni».




Dopo una carriera sul campo vissuta tra i dilettanti e la Serie C com'è maturata la decisione di passare subito in panchina nel 2006?
R: «Oggi tanti miei ex compagni di squadra mi ripetono spesso che ero già un allenatore in campo e un punto di riferimento per loro al di fuori del rettangolo di gioco. Evidentemente certe inclinazioni sono innate, fanno parte del tuo DNA: ecco perché, quando si è presentata la prima occasione, per me è stato del tutto naturale e fluido passare dal campo alla panchina».

In diverse tappe della sua carriera è stato chiamato a stagione in corso per ricostruire e dare una scossa. Come si lavora sulla testa dei giocatori quando si eredita una squadra non allestita da sé?
R: ««È vero, molte volte sono subentrato a stagione in corso... infatti scherzando mi definisco un po’ un "restauratore"! Chiaramente non esiste una ricetta unica valida per ogni circostanza. Quando vieni chiamato a risollevare una squadra, ti trovi quasi sempre di fronte a un gruppo depresso a livello mentale, sfiduciato perché non sono arrivati i risultati sperati. In questi casi la chiave è la gestione umana e psicologica: bisogna ridare fiducia all'ambiente, far sentire ogni singolo giocatore importante, trasmettere serenità e prendersi tutte le responsabilità, senza caricare la squadra di ulteriore stress. Sono convinto che, abbinando questa serenità a un lavoro quotidiano fatto di pazienza e applicazione, i reali valori dei calciatori finiscano sempre per venir fuori».

Guardando indietro a oltre 15 anni di panchine nei dilettanti e in D, qual è la vittoria che ti ha dato più soddisfazione?
R: «Alleno da circa 17 anni e sono davvero orgoglioso di aver fatto tutta la gavetta partendo dai dilettanti. Quando parti dal basso e ti trovi a gestire calciatori di categorie superiori, il rispetto lo conquisti solo con competenza, studio e coerenza — doti che gli addetti ai lavori riconoscono, a differenza di certi dirigenti improvvisati. Delle tante vittorie ottenute non riesco mai a godermi il momento: appena finisce una partita, sono già proiettato su quella successiva».

Dove si vede nella prossima tappa della sua carriera?
R: «Per il futuro spero di vedermi ancora in Serie D, magari provando un altro girone, perché no... Spero solo che quanto fatto sul campo — come i 108 punti conquistati ad Andria — mantenga un valore meritocratico, senza che a decidere siano solo amicizie, conoscenze o sotterfugi vari».

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