La Voce Grossa di…Brigitta Boccoli(intervista): «Togliendo gli animali dal circo resta tantissimo…l'uomo, il coraggio e la meraviglia»
Nicola Ricchitelli - Dagli studi televisivi di Gianni Boncompagni alle piste del circo, passando per il palco di Sanremo e i set cult di Lucio Fulci: la vita di Brigitta Boccoli è un racconto fatto di spettacolo, intuizioni e coraggio. Insieme al marito Stefano Orfei Nones, Brigitta ha scelto di abbattere i tabù della tradizione lanciando una sfida ambiziosa: reinventare il marchio di Moira Orfei e proiettarlo nel futuro. Un viaggio sincero tra passato e presente e nuove visioni d'artista.
La nascita della Moira Orfei Circus Academy rompe con secoli di tradizione. Qual è stata la scintilla che ha spinto lei e suo marito Stefano a escludere totalmente gli animali dalla pista?
Più che una scintilla è stato un percorso. Le decisioni vere, quelle che cambiano una vita, raramente arrivano in una notte. Stefano ha vissuto con gli animali per decenni, li ha accuditi, conosciuti uno per uno; quindi, per lui sarebbe stato impossibile affrontare questo passaggio con leggerezza o, peggio ancora, rinnegando il proprio passato. Io invece sono entrata nel circo da adulta e forse ho avuto fin dall’inizio uno sguardo un po’ diverso, più esterno. Negli anni abbiamo visto cambiare il pubblico, la sua sensibilità e anche il nostro modo di immaginare lo spettacolo. A un certo punto ci siamo detti: se togliamo gli animali, cosa rimane del circo? E la risposta è stata bellissima: rimane tantissimo. Rimangono l’uomo, il corpo, il coraggio, l’acrobazia, l’ironia, la musica, la meraviglia. Anzi, improvvisamente l’artista torna ancora più al centro. Da lì abbiamo capito che non stavamo chiudendo una storia: ne stavamo cominciando un’altra.
Sua suocera è stata l'icona del circo classico. Come siete riusciti a traghettare questo storico brand nella modernità e come pensa che avrebbe reagito lei a questa svolta contemporanea?
Moira viene ricordata come il simbolo della tradizione, ma secondo me si dimentica quanto fosse moderna. Aveva capito prima di molti altri che il circo non poteva vivere isolato: faceva televisione, cinema, pubblicità, diventava personaggio, trasformava se stessa in un’immagine immediatamente riconoscibile. In qualche modo era già un brand quando questa parola quasi non si usava. Come avrebbe reagito? Non voglio far parlare una persona che non c’è più. Posso però immaginarla. Probabilmente all’inizio avrebbe alzato quel sopracciglio inconfondibile e ci avrebbe fatto cento domande. Magari avrebbe anche protestato! Ma Moira era soprattutto una donna di spettacolo e credo che alla fine avrebbe giudicato il risultato: il pubblico si emoziona? I ragazzi sono bravi? La pista è viva? Se la risposta fosse stata sì, penso che avrebbe capito. Conservare il suo nome sotto una campana di vetro sarebbe molto meno rispettoso che permettergli di attraversare un’altra epoca.
Nel 2006 la partecipazione a Reality Circus le ha fatto incontrare Stefano Orfei Nones. Che ricordo ha di quel set galeotto che ha cambiato radicalmente la sua vita privata e professionale?
R: «La cosa buffa è che sono entrata a Reality Circus pensando di partecipare a un programma televisivo e ne sono uscita con una vita completamente diversa! Non avevo nessun progetto di entrare nel circo, tantomeno in una famiglia come quella di Moira Orfei. Di Stefano inizialmente mi colpì una cosa che probabilmente la televisione non riusciva neppure a raccontare del tutto: la serietà con cui affrontava quel mondo. Io conoscevo il circo da spettatrice; attraverso lui ho cominciato a vedere tutto ciò che accade prima che si accendano le luci. Il lavoro, gli orari, la responsabilità, la fatica. Poi naturalmente è successo quello che è successo fra noi. Se qualcuno all’inizio di quel programma mi avesse detto: “Guarda che quell’uomo diventerà tuo marito, avrete due figli e un giorno insieme aprirete un’accademia di circo”, gli avrei consigliato di cambiare sceneggiatore perché mi sarebbe sembrata una storia troppo improbabile».
Ha iniziato a respirare lo spettacolo fin da piccolissima con i caroselli e la pubblicità. Quanto ha inciso quella precoce esposizione mediatica sulla sua formazione?
R: «Da bambina non avevo la percezione di essere “esposta mediaticamente”. Questa è una definizione da adulti. Per me era un gioco. Facevo danza e cercavano una bambina bionda che sapesse ballare per una pubblicità dei biscotti Gran Turchese. Mi presero e io mi divertii moltissimo. Poi arrivarono altre esperienze, tra cui il cinema. Credo però che iniziare così presto mi abbia insegnato inconsapevolmente una cosa importante: sul set tutti hanno un compito e devi rispettarlo. Da bambina impari quasi per imitazione: aspetti, ripeti, ascolti un regista, ricominci perché una cosa non è venuta bene. Mi è rimasta questa disciplina. Forse anche per questo non ho mai vissuto il mestiere dello spettacolo come qualcosa di eccezionale o di eroico. È il mio lavoro. Bellissimo, certo, ma è un lavoro e va fatto seriamente».
Gli anni d'oro di Domenica In, l'hanno consacrata al grande pubblico. Com'era l'esperienza quotidiana in quell'officina televisiva guidata da Gianni Boncompagni?
R: «Era una televisione gigantesca e allo stesso tempo molto artigianale. Oggi può sembrare una contraddizione, ma non lo è. Domenica In significava entrare nelle case di milioni di italiani, però dietro c’erano intuizioni, prove, cambiamenti, idee che potevano nascere anche all’ultimo momento. Boncompagni aveva una qualità straordinaria: vedeva qualcosa nelle persone prima ancora che loro sapessero di averla. Con me e Benedicta intuì immediatamente che funzionavamo insieme. Non cercava la perfezione patinata; gli interessava una personalità, una dinamica, qualcosa che arrivasse attraverso lo schermo. Io ero giovanissima e probabilmente non mi rendevo conto fino in fondo della scuola che stavo frequentando. Oggi riguardo quel periodo e capisco che molte cose che considero normali nel mio mestiere le ho imparate lì: i tempi televisivi, l’imprevisto, la diretta e soprattutto la capacità di non prendersi troppo sul serio».
Per anni il pubblico vi ha identificato come le "sorelle Boccoli". In che modo lavorare in coppia con sua sorella ha protetto e influenzato la sua crescita in un ambiente competitivo?
R: «Avere Benedicta accanto è stato certamente uno scudo. Eravamo molto giovani e affrontare insieme quel mondo rendeva tutto meno spaventoso. Quando tornavi a casa avevi qualcuno che aveva vissuto esattamente la tua stessa giornata e non dovevi spiegargli niente. Ma essere “le sorelle Boccoli” ha avuto anche un altro effetto: a un certo punto abbiamo avuto bisogno di capire chi fossimo separatamente. Perché noi non siamo affatto uguali. Abbiamo caratteri, sensibilità e percorsi diversi. Il pubblico vedeva una coppia, noi dentro quella coppia dovevamo costruire due identità. Credo che alla lunga ci abbia fatto bene anche separarci professionalmente. Abbiamo potuto sceglierci di nuovo come sorelle invece di essere obbligate a essere sempre una coppia di spettacolo».
Nel 1989 è salita sul palco dell'Ariston con il brano Stella. Che emozione ha provato, non ancora ventenne, a interpretare un testo scritto per lei da Jovanotti?
R: «In realtà sul palco ci salimmo insieme, Benedicta e io, ed eravamo talmente giovani che credo non avessimo neppure gli strumenti per capire davvero dove ci trovassimo. Sanremo oggi lo guardo e penso: “Ma noi siamo salite davvero su quel palco?”. Allora vivevamo tutto con una specie di incoscienza meravigliosa. Stella aveva il testo di Jovanotti e apparteneva completamente a quel momento, a quella leggerezza e a quel modo di fare spettacolo. Io non mi sono mai considerata una cantante e credo sia proprio questo il ricordo più tenero: non stavamo progettando una carriera discografica, stavamo vivendo un’avventura. A sedici anni ti mettono davanti il Festival di Sanremo e tu ci vai. Oggi probabilmente avrei mille paure in più. Allora avevamo soprattutto entusiasmo».
Pochi ricordano il suo esordio sul grande schermo nell'horror Manhattan Baby. Che esperienza è stata misurarsi così giovane con un maestro del brivido come Lucio Fulci?
R: «La cosa divertente è che allora non sapevo di stare lavorando con “Lucio Fulci, maestro dell’horror”. Per me era semplicemente il regista. È uno dei privilegi dell’infanzia: non hai ancora costruito la gerarchia dei nomi importanti; quindi, affronti le persone per quello che sono davanti a te. Ricordo soprattutto la dimensione del set, il gioco fra realtà e finzione e quella strana esperienza di dover avere paura quando intorno a te ci sono macchine da presa, tecnici e persone che stanno lavorando. Credo che proprio lì abbia cominciato a capire che recitare significa rendere credibile qualcosa sapendo perfettamente che non è reale. Solo molti anni dopo ho compreso l’importanza che Fulci avrebbe avuto nella storia del cinema di genere e ho pensato: “Accidenti, io da bambina ero lì e non avevo capito niente!”. Forse è stato meglio così: non ero intimidita».
Di recente è tornata a dividere la scena con sua sorella nel reality The Couple. Com'è stato ritrovare quella storica alchimia artistica dopo anni di percorsi separati?
R: «The Couple era un reality, quindi più che tornare a “recitare insieme” siamo tornate a stare davanti alle telecamere senza personaggi dietro cui nasconderci. Ed è stata forse una prova ancora più curiosa. La cosa sorprendente è stata scoprire che certi automatismi fra sorelle non invecchiano. Basta uno sguardo e sai già cosa sta pensando l’altra. Allo stesso tempo non eravamo più le due ragazzine di Domenica In: eravamo due donne con vite completamente differenti, esperienze diverse e anche difetti che ormai conosciamo benissimo l’una dell’altra. Abbiamo riso, discusso, ci siamo punzecchiate: cioè abbiamo fatto esattamente quello che fanno due sorelle vere. E forse l’aspetto più bello è stato proprio questo: non dover ricostruire artificialmente la vecchia coppia televisiva. Quella complicità c’era ancora, ma nel frattempo era cresciuta insieme a noi».
Oggi il circo italiano sta ridefinendo i propri confini. Quali sono le resistenze culturali più difficili da abbattere e quale futuro vede per i giovani talenti della vostra accademia?
R: «La resistenza più difficile da abbattere è la convinzione che cambiare significhi tradire. È un meccanismo che esiste in tanti ambienti, ma nel circo è particolarmente forte perché parliamo di famiglie che si tramandano questo mestiere da generazioni. Se tuo padre, tuo nonno e il tuo bisnonno hanno fatto una cosa in un certo modo, modificarla può sembrare quasi una mancanza di rispetto. Io penso esattamente il contrario: una tradizione che non riesce più a cambiare diventa un museo. L’altra barriera che vorrei rompere è l’idea che per diventare un grande artista circense si debba necessariamente nascere dentro una famiglia del circo. L’Academy serve anche a questo: aprire una porta. Magari il nuovo grande acrobata italiano oggi è un ragazzino di Roma, di Palermo o di Torino che non ha mai messo piede dietro un tendone. Ai giovani vorrei dire una cosa molto semplice: noi possiamo insegnare una tecnica e offrire un luogo dove imparare, ma poi dovranno essere loro a inventare il circo che verrà. E spero sinceramente che sia diverso persino da quello che Stefano e io stiamo immaginando oggi. Se facessero soltanto una copia più giovane di noi, avremmo fallito».

.jpg)