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La Voce Grossa di…Chiara Pasqualini(intervista): «Ho smesso di giocare per un dolore non elaborato: ora trasformo le mie ferite in lezioni»



Nicola Ricchitelli - Tra i campi di Serie A e le maglie da capocannoniere si nascondono spesso fragilità silenziose che i riflettori non mostrano. Chiara Pasqualini, ex attaccante con il gol nel sangue, ha vissuto sulla propria pelle la pressione del talento, la caduta e la complessa ricerca di se stessa oltre il pallone. Oggi, attraverso il percorso da mental coach e il suo format “Dentro l’Identità”, ha trasformato quel dolore inespresso in una bussola per le nuove generazioni. In questa intervista senza filtri, ci racconta il dietro le quinte del mindset sportivo, la riscoperta della vulnerabilità e la forza di reinventarsi quando i riflettori si spengono.

Con il progetto “Dentro l'Identità”, esplori la psicologia degli atleti. Qual è oggi la sfida più grande nel raccontare il mindset dello sportivo dietro i microfoni di un podcast?
R: «"Con il format 'Dentro l'Identità' mi concentro nel raccontare la persona che c'è dietro al calciatore, applicando gli strumenti di coaching che ho studiato. La difficoltà più grande consiste nell'entrare in confidenza con la propria sensibilità e vulnerabilità. Specialmente nello sport, e in particolare nel calcio, mostrare le proprie fragilità è complicato: spesso, soprattutto se si è un personaggio pubblico, si tende a indossare una maschera per apparire sempre forti. La sfida principale sta proprio nell'andare a indagare le paure e le difficoltà in un contesto in cui la vulnerabilità viene ancora percepita come un limite, quando in realtà la sensibilità e la fragilità sono delle grandissime doti».

Dire addio al calcio giocato è un passaggio delicato. Quale consapevolezza l'ha guidata nel capire che era il momento di togliere gli scarpini e iniziare una nuova carriera comunicativa?
R: «In realtà ho smesso all'improvviso e per ben quattro anni mi sono del tutto allontanata dal mondo del calcio. Solo più tardi, grazie a un percorso di coaching, ho compreso che avevo smesso a causa di un dolore non ancora elaborato. Non è stata una scelta consapevole, dettata dalla sensazione che fosse 'il momento giusto', ma la conseguenza di un malessere che non riuscivo a comprendere e di emozioni che non sapevo gestire. Aver preso consapevolezza di tutto questo mi ha spinta verso la comunicazione e mi ha portato a creare il mio podcast: un progetto che ha un grande valore per me proprio perché nasce dalla mia storia personale».


Nella stagione 2014-2015 ha firmato 21 reti con il Südtirol, conquistando la Serie A. Che ricordo conserva di quell'annata perfetta in cui è stata una trascinatrice assoluta?
R: «L'anno dei 21 gol è stato senza dubbio il più bello della mia carriera calcistica: sono stata capocannoniere e insieme alla squadra abbiamo vinto il campionato di Serie B. Ho un ricordo splendido del periodo al Südtirol, sia per i traguardi sul campo sia per l'extra-campo, per il gruppo e le amicizie che si erano create. Oggi però, grazie al percorso di consapevolezza che ho fatto su me stessa, riesco a leggere quell'entusiasmo anche sotto un'altra luce: ero felice perché ero al centro dell'attenzione, ero su un piedistallo e questo alimentava molto il mio ego. Il problema è nato dopo: quando sono scesa da quel piedistallo ho sofferto molto, perché all'epoca non avevo gli strumenti per gestire o persino dare un nome a ciò che provavo. Quell'anno bellissimo ha segnato anche l'inizio di un bisogno costante di conferme, rendendo la caduta successiva davvero dura».

I suoi primi passi calcistici sono avvenuti nelle giovanili miste del Calisio. Quanto ha inciso quel contesto iniziale nel forgiare la sua combattività e il suo carattere da attaccante?
R: «Ho iniziato a giocare nel Calisio con i ragazzi. Ai miei tempi la differenza tra chi muoveva i primi passi in una squadra maschile e chi in una femminile si notava molto. Confrontarsi fin da subito con l'impatto fisico e l'intensità del calcio maschile mi ha plasmato enormemente. In quel contesto ero persino il capitano e tra i giocatori più forti, e quell'esperienza mi ha aiutato tantissimo a forgiare il carattere: mi ha dato determinazione, disciplina, forza e quella grinta tipica di chi deve ritagliarsi il proprio spazio in un ambiente prevalentemente maschile».

Le esperienze con Pink Bari e Tavagnacco l'hanno portata al massimo livello nazionale. Quali sono stati gli ostacoli fisici e mentali più duri nel misurarsi con la massima serie?
R: «Tra gli ostacoli della Serie A ci sono stati sicuramente gli infortuni fisici, tra cui problemi alle caviglie e lesioni muscolari. Ma la vera sfida è stata mentale: spinta dal bisogno di essere riconosciuta, cercavo il successo ad ogni costo, vivendo con una pressione costante che non mi permetteva di divertirmi. I problemi fisici sono stati spesso il riflesso di questo disagio. Il passaggio dalla Serie A alla Serie C ha poi fatto crollare un piedistallo di sabbia costruito fragilmente. Tra l'infortunio alla clavicola, la lunga riabilitazione e l'arrivo del Covid, si è chiusa definitivamente quella parentesi».

Il ritorno nella sua terra natale ha rappresentato una chiusura del cerchio. Cosa ha significato a livello emotivo tornare a segnare e a lottare per i colori della sua città?
R: «Il passaggio al Trento doveva rappresentare il coronamento di un percorso: lavoravo in città dopo la laurea e per me era motivo di grande orgoglio indossare finalmente la maglia di casa. L'intenzione era quella di giocarvi per diversi anni, ma l'esperienza si è trasformata nella stagione più complessa della mia carriera. Sopraffatta da conflitti interiori, difficoltà mentali e un calo di rendimento insolito — una sola tripletta in un intero campionato —, sono sprofondata in un momento buio che oggi riconosco come depressione. Non stando più bene, la decisione di smettere è stata l'unica strada percorribile».


Il ruolo del centravanti vive di pressioni costanti legate al tabellino. Come gestiva i momenti di digiuno sotto porta e in che modo ha capitalizzato quell'esperienza come mental coach?
R: «Fare l'attaccante è bellissimo: l'emozione del gol è indescrivibile e impossibile da replicare altrove. Però, durante la mia carriera non avevo una gestione emotiva efficace. Finché andava tutto bene restavo al top, ma appena smettevo di segnare entravo in un dialogo interno davvero devastante, che alla fine mi ha spinta ad abbandonare il calcio. Solo dopo, attraverso un percorso profondo su me stessa, ho compreso queste dinamiche. Ho pensato a quanto mi avrebbe aiutato, all'epoca, avere qualcuno o un ex calciatore che mi trasmettesse queste consapevolezze. Molte difficoltà mi hanno limitata fino a farmi smettere, ed è per questo che oggi metto la mia storia al servizio dei più giovani: non voglio che altri vivano quello che ho passato io, ma desidero guidarli con le lezioni che ho imparato».

Lei ha vissuto la transizione verso il professionismo femminile in Italia. Le tutele attuali per le calciatrici sono finalmente adeguate o intravede ancora forti disparità strutturali?
R: «Rispetto a quando giocavo io, il calcio femminile ha fatto passi in avanti verso il professionismo, anche se oggi lo seguo meno da vicino. Un confronto diretto col movimento maschile resta però poco sensato, sia per le naturali differenze fisiologiche nel ritmo di gioco, sia per le dinamiche economiche e di indotto. Pur considerando inevitabile una certa distanza tra i due mondi, mi auguro fortemente che il gap sui diritti e sulle risorse possa assottigliarsi sempre di più».


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