La Voce Grossa di…Claudio Cellamare(intervista): «Lasciai Bari a 13 anni per il Milan: ora voglio vincere col FC Paradiso»
Nicola Ricchitelli - Nascere a Bari con il pallone tra i piedi, salutare casa a soli 13 anni per vestire la maglia del Milan e poi tuffarsi senza paracadute nel calcio dei grandi. Dalle battaglie infocate di Serie C e Serie D — tra Lucca, Nardò e Trapani — fino alla nuova dimensione europea con l'FC Paradiso nella Promotion League svizzera.
Classe 2004, terzino moderno con la grinta e l'anima da "ultras in campo", si racconta a 360 gradi: dai confronti con campioni del calibro di Franck Ribéry fino alla nascita del suo progetto social “Ma che calcio guardi”.
Una chiacchierata schietta, autentica e senza filtri sul significato profondo di “imparare a vivere” attraverso il calcio.
Sei nato a Bari e cresciuto tra settori giovanili di primo livello: qual è stato il momento esatto in cui hai capito che il calcio stava diventando una professione e non più soltanto un gioco?
R: Sicuramente durante il mio passaggio dal Bari al Milan. Lì lasci casa per la prima volta, ti rimbocchi le maniche e capisci che da quel momento in poi dovrai guadagnarti tutto con il sudore delle tue mani. Ma soprattutto, capisci che devi far leva sulla fame tipica di un ragazzo del Sud che a soli 13 o 14 anni si ritrova a Milano.
Gelbison e Nardò ti hanno fatto assaggiare la ruvidezza dei campionati dilettantistici. Cos’ha la Serie D che nessun settore giovanile riesce a insegnarti?
R: Gelbison, Nardò e soprattutto Trapani mi hanno fatto assaggiare la vera ruvidezza della Serie D. Trapani – non mi stancherò mai di dirlo – per me è casa mia: ha rappresentato uno step fondamentale tra i "grandi", iniziato in precedenza a Lucca in Serie C a 16 anni con il mio primo contratto da professionista. La cosa più bella è stata completare l'opera vincendo i playoff a Trapani e, subito dopo, anche a Nardò. È lì che ho forgiato il mio carattere e la mia persona, ed è lì che ho respirato il calcio crudo, nel bene e nel male. Posso assicurare a tutti che in categorie come la C e la D impari cose che nei settori giovanili non si insegnano: impari a vivere.
L'impatto con il professionismo… qual è la prima cosa che hai dovuto cambiare nel tuo modo di allenarti o di stare in campo per reggere il ritmo?
R: La mia prima esperienza in Serie C è stata a Lucca, subito dopo il Milan e prima del passaggio al Genoa. A Lucca, malgrado qualche infortunio di troppo e il maledetto periodo COVID, è stata una stagione in cui ho imparato tantissimo. Allenarti e giocare a quell’età con professionisti esperti e seri cambia totalmente il tuo modo di approcciare il calcio e la vita: dall’alimentazione all’allenamento, fino allo stile di vita quotidiano. Nel mio caso è sempre stato sano, ma quando entri in uno spogliatoio di "grandi" capisci che il tuo 100% non basta più; devi dare qualcosa in più. O ti adegui al passo degli altri, o resti indietro.
Trasferirsi in Svizzera in Promotion League è un salto importante: cosa ti sta insegnando il calcio svizzero a livello di mentalità e stile di gioco rispetto a quello italiano?
R: Il calcio svizzero è in continuo sviluppo. Fin dal primo impatto sono rimasto sbalordito da strutture, organizzazione, mentalità e qualità. Sotto ogni punto di vista c'è una gran cultura del lavoro. In Italia c’è spesso disinformazione a riguardo, ma qui il livello è davvero alto e molti giocatori italiani farebbero fatica a trovare spazio o ad integrarsi in un contesto così in evoluzione, dove le cose sono reali e non solo a parole. Sono alla mia seconda stagione consecutiva all'FC Paradiso e qui mi sento veramente a casa: è una società seria che non ci fa mancare nulla e guarda al futuro in modo concreto e vincente.
Il terzino moderno deve spingere come un'ala e coprire come un centrale: in quale fase di gioco senti di essere migliorato di più e dove sai di dover ancora lavorare?
R: Da quando sono in Svizzera sono migliorato tantissimo nella fase offensiva, sulla quale in precedenza mi ero concentrato meno. Devo molto al lavoro svolto con lo staff: qui si propone un calcio molto propositivo, dunque bisogna continuamente affinare la tecnica e farsi trovare pronti. Sicuramente oggi mi sento un giocatore molto più completo.
Qual è stato l'attaccante o l'esterno d'attacco che ti ha messo più in difficoltà finora e come hai adattato la tua partita per limitarlo?
R: È stato un grandissimo onore per me dover marcare Franck Ribéry. Limitarlo, come potrete immaginare, non è stato affatto semplice, ma ho un ricordo enormemente positivo di quel match tra Fiorentina e Lucchese allo Stadio Artemio Franchi. Soprattutto per i complimenti ricevuti a fine gara da un campione del suo calibro… ho ancora la foto stampata e appesa a casa!
Sei un classe 2004 che ha già cambiato diverse maglie e piazze: quanto è difficile gestire i continui cambi di ambiente e di spogliatoio a vent'anni?
R: Per come sono fatto, amo relazionarmi, fare gruppo e conoscere nuove persone, quindi non ho mai sofferto particolarmente i cambi d’ambiente. Poi, da buon barese, mi affeziono subito a tutto e a tutti! Ma soprattutto, per il tipo di giocatore e persona che sono, vivo il calcio con la passione di un "ultras in campo". L’unico vero problema è che dovunque giochi creo un legame così forte con la piazza e la città che, quando tocca separarsi, fa davvero male. Com'è stato per Trapani... beh, lì l'ho sofferta parecchio.
Oggi i giovani calciatori sono molto più esposti rispetto al passato tra social e canali dedicati al pallone: quanto ti stimola questa attenzione e quanto rischia di diventare una distrazione?
R: In passato sono sempre stato un po' diffidente nei confronti dei social, specialmente per l'uso che ne fanno i calciatori. Poi, forse, proprio il fatto di cambiare aria mi ha aperto la mente: ho capito che non c’è nulla di male nell’utilizzare i propri canali per fare informazione o contenuti, sempre nei limiti del rispetto contrattuale e societario. Quindi con me sfondi una porta aperta! Da qualche mese a questa parte ho creato una mia pagina in cui parlo di calcio a 360 gradi, si chiama “Ma che calcio guardi”: ogni contenuto parla di pallone in modo concreto, con rispetto e senza pagliacciate.
Se potessi riavvolgere il nastro di questi primi anni di carriera e rivivere una singola partita o un momento preciso negli spogliatoi, quale sceglieresti?
R: Se devo scegliere un singolo momento, dico sicuramente la finale scudetto Milan-Roma persa anni fa con le giovanili... è ancora un bel sassolino che mi è rimasto nella scarpa!
Guardando il tuo percorso fin qui, qual è il prossimo "scalino" che ti sei prefissato di superare prima di ritenerti davvero soddisfatto?
R: Il mio obiettivo primario è continuare a crescere e fare il salto di categoria. Per essere soddisfatto davvero, beh... vorrei farlo ottenendo la promozione sul campo con la mia squadra, l'FC Paradiso.


