La Voce Grossa di…Marco Amelia(intervista): «Il mio gol di testa a Belgrado? Scelta ragionata: ho capito che spingendomi avanti potevo aiutare la squadra»
Nicola Ricchitelli - Campione del Mondo nel 2006, scudettato con il Milan e prototipo del portiere di personalità e sostanza. La carriera di Marco Amelia è un lungo viaggio che parte dal settore giovanile della Roma e si snoda tra i trionfi in maglia azzurra, le notti europee da protagonista a Livorno — segnate anche da uno storico gol di testa — e le esperienze internazionali al Chelsea al fianco di José Mourinho. Oggi, nelle vesti di allenatore, Amelia analizza con lucidità l'evoluzione del ruolo del portiere e la gestione del gruppo, ripercorrendo in questa intervista i principi cardine che lo hanno guidato sul campo e che continua a trasmettere dalla panchina.
Un portiere che segna di testa in Coppa UEFA è un evento raro: quando hai staccato in quell'area avversaria, c'era lucida follia o pura disperazione?
R: ««Solitamente ogni mia scelta in campo è frutto di una riflessione ponderata. In quel frangente, considerando come si era messa la partita, ho sentito di poter dare un contributo concreto portandomi in avanti. È andata bene e le cose hanno girato per il verso giusto».
Vivere Germania 2006 da terzo portiere dietro Buffon e Peruzzi: qual è stata la dinamica più bella o il segreto di quello spogliatoio che da fuori non si è mai visto?
R: «Sul Mondiale è stato detto e scritto praticamente di tutto. Le dinamiche interne, invece, appartengono a un'altra sfera: ciò che accade nello spogliatoio deve rimanere lì dentro. È la regola aurea di qualsiasi gruppo vincente».
Sei cresciuto nel vivaio giallorosso prima di spiccare il volo: qual è la lezione tecnica o di vita che ti è rimasta addosso di quegli anni giovanili?
R: «Ho avuto la fortuna di fare tutta la trafila nel settore giovanile della Roma, un ambiente straordinario. Ciò che mi è rimasto impresso più di tutto sono i valori che ci trasmettevano quotidianamente: educazione e rispetto venivano prima di ogni altra cosa. Dal punto di vista tecnico, poi, la scuola giallorossa non ha bisogno di presentazioni: è sempre stata tra le migliori eccellenze del panorama italiano».
Livorno è stata la piazza della tua consacrazione. Cos'ha quella città nel suo DNA che rende il legame tra squadra e tifosi così viscerale?
R:«Livorno è una piazza viscerale, travolgente. I tifosi creano un legame fortissimo con quei calciatori che dimostrano attaccamento alla maglia, rispetto e un atteggiamento sempre impeccabile. Questo tipo di calore e di pretesa ti responsabilizza enormemente: quando entri in campo sai che stai rappresentando qualcosa di più grande di una semplice squadra di calcio».
Nel 2011 vincere il tricolore in un Milan pieno di campioni (da Ibrahimović a Nesta): qual era la regola non scritta più importante per mantenere la rotta in uno spogliatoio di così forti personalità?
R: «In quell’ambiente la regola non scritta era il confronto continuo: dialoghi che dovevano essere sempre costruttivi e volti al miglioramento. Era proprio questa cultura del dialogo e del pretendere il massimo da ciascuno a mantenere l'asticella e il livello delle prestazioni incredibilmente alto».
L'esperienza a Londra sotto la guida dello 'Special One': cos'ha Mourinho di diverso da tutti gli altri allenatori nel modo di gestire il gruppo?
R: «Mourinho ha davvero una marcia in più sotto ogni punto di vista. Possiede una mente analitica fuori dal comune, quasi un software cerebrale che gli consente di non lasciare mai nulla al caso. In più, ha la straordinaria capacità di plasmare attorno a sé e alla squadra un'atmosfera incredibilmente positiva e vincente».
Il portiere vive la partita da una prospettiva isolata: qual è stato il momento di maggior solitudine o pressione vissuto tra i pali?
R: «Non ho mai sofferto la solitudine né subito la pressione del ruolo. Mi sono sempre sentito parte integrante della squadra, nel bene e nel male, condividendo ogni gioia e ogni momento di difficoltà al fianco dei miei compagni».
Cosa si prova a passare dal proteggere la linea di porta al dover gestire 25 teste dalla panchina tra Serie D e settori giovanili?
R: ««Allenare richiede una prospettiva completamente diversa rispetto al stare in campo, anche se aver vissuto una carriera da calciatore ti garantisce un bagaglio di esperienza fondamentale per capire certe dinamiche. Ciò che ho imparato, però, è che non esiste un'unica ricetta: ogni categoria richiede un metodo di lavoro specifico e modulato sul contesto».
Oggi al portiere si chiede di impostare con i piedi quasi come un regista: pensi che questo stia togliendo qualcosa all'arte pura del parare?
R: «La responsabilità principale di un portiere resta sempre e comunque quella di parare. Poi, se a questa abilità fondamentale si aggiunge la capacità di leggere il gioco e partecipare attivamente alla fase di possesso palla, tanto meglio: diventa un valore aggiunto straordinario per la squadra».
Guardando indietro alla tua carriera da calciatore con gli occhi dell'allenatore di oggi, quale consiglio ti daresti da solo a inizio percorso?
R: «Gli trasmetterei gli stessi preziosi insegnamenti che i miei tecnici hanno dato a me a inizio carriera: allenati sempre al massimo, concentra tutte le tue energie sul miglioramento personale e fissati un obiettivo chiaro e preciso. Bisogna lavorare sodo per raggiungerlo, senza mai farsi abbattere di fronte alle prime inevitabili difficoltà».


