La Voce Grossa di…Davide Lanzafame(intervista): «Con Conte alla Juve sarebbe andata diversamente. Ma vestire quella maglia resta un orgoglio…»
Nicola Ricchitelli - Ci sono carriere che viaggiano su binari prefissati e altre che diventano vere e proprie montagne russe di emozioni, cadute e rinascite. Quella di Davide Lanzafame appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Lanciato giovanissimo tra i "mostri sacri" della Juventus, consacrato dal 4-2-4 spumeggiante di Antonio Conte a Bari e poi rinato a nuova vita a Budapest, l'ex attaccante ripercorre le tappe fondamentali del suo percorso. Oggi, a quarant'anni e con una nuova avventura in panchina, guarda al passato con lucidità, senza rimpianti e con la stessa viscerale passione per il pallone.
Quando Antonio Conte la definì il "nuovo Cristiano Ronaldo" a Bari, ha sentito che quel paragone le ha aperto delle porte o le ha messo addosso un’aspettativa impossibile da gestire?
R: «I paragoni e gli accostamenti fanno parte del gioco, quando sei giovane cerchi di non dargli peso, ma ovviamente nei momenti negativi devi essere bravo a gestire le pressioni».
Lei è cresciuto nella Juventus di Del Piero, Nedved e Buffon. Qual è la lezione più dura o l'insegnamento più forte che le ha dato uno di quei "mostri sacri"?
R: «C’era un gruppo di giocatori che guidava i più giovani con la cultura del lavoro e trainando nel quotidiano durante gli allenamenti ...è chiaro che quando parlava gente come Gigi, Pavel e il capitano c’era grande rispetto».
Il ritorno alla Juve nel 2010 con Delneri era l'occasione della vita. Cosa non ha funzionato davvero per fare il definitivo salto di qualità?
R: «Dopo un'annata importante a Parma, devo riconoscere che quel percorso non è stato esaltante. Cercare scuse o addossare responsabilità ad altri, però, non fa parte del mio modo di essere. C'è il rammarico di non esser arrivato un anno dopo, magari con Conte le cose sarebbero andate diversamente... Ad ogni modo, indossare quella maglia resta per me motivo di grande orgoglio».
Quando nel 2013 sceglie l'Honvéd, in Italia molti parlavano di "scelta di ripiego". Cosa ha trovato a Budapest che il calcio italiano non riusciva più a darle?
R: «L’Ungheria è stata la mia seconda casa e, in un certo senso, la mia rinascita calcistica. In Italia venivo da due o tre stagioni in Serie B e avevo bisogno di stimoli nuovi: lì è scattata subito la scintilla e sono tornato a divertirmi in campo».
Due titoli di Capocannoniere e Scudetti vinti in Ungheria con Honvéd e Ferencváros: quanto è stato appagante prendersi quella rivincita lontana dai riflettori della Serie A?
R: «Vincere è sempre bello, ma farlo con l’Honvéd ha avuto un sapore speciale: il titolo mancava da ben 24 anni. Al Fradi, invece, è tutto più semplice: parliamo di una società top, con cui è sicuramente più facile vincere in Ungheria. I tanti gol realizzati? Sono stati la diretta conseguenza della fiducia dei mister e, soprattutto, del fatto che mi fosse tornato il sorriso».
La cavalcata col Bari nel 2008-2009 è ancora ricordata per la qualità del gioco espressa. Che aria si respirava in quel gruppo e qual era il "segreto" di quel 4-2-4 di Conte?
R: «A Bari si respirava un’aria speciale. Conte è stato trascinante, noi eravamo un gruppo forte e i tifosi sono stati semplicemente devastanti. Si era creata un’alchimia perfetta».
In campo ha sempre avuto un carattere viscerale e passionale. C'è un episodio di campo o una decisione di cui si è pentito subito dopo essere rientrato negli spogliatoi?
R: «Ho vissuto il calcio giocato a 360 gradi, dando sempre tutto me stesso per ogni maglia che ho indossato. È chiaro che oggi, a quarant'anni, certi atteggiamenti del passato non li ripeterei, ma non ho alcun rimpianto. Tutto ciò ha fatto parte del mio percorso di crescita».
Qual è la cosa più difficile nello scendere di categoria e passare dal vivere il calcio di massimo livello agli spogliatoi del calcio dilettantistico italiano come allenatore?
R: «Per me il pallone resta sempre il pallone: ciò che cambia attorno sono le categorie e la qualità dei giocatori, ma l'essenza è la stessa. Ancora oggi, quando vado in panchina e respiro l'atmosfera del prepartita, provo un'emozione forte. Fare l'allenatore mi fa sentire vivo e spero di poter continuare a crescere in questo ruolo».
Se potesse tornare al Davide ventenne che esordiva in prima squadra alla Juve, quale singolo errore tattico o comportamentale gli direbbe di non commettere?
R: «Gli errori fanno parte del percorso di crescita, l'importante è non persistere: sarebbe molto peggio. Bisogna avere la capacità e l'umiltà di evolversi e di cercare sempre di migliorarsi».


