La Voce Grossa di…Ippolita Baldini(intervista): «Lucy? È un ritratto corale…un insieme di donne che condividono una specifica tipologia»
Nicola Ricchitelli - Dalla formazione classica all'Accademia Silvio d'Amico fino ai palcoscenici del cabaret e ai laboratori di Zelig: Ippolita Baldini si racconta a tutto tondo in questa intervista, ripercorrendo i momenti chiave di un percorso artistico in cui il confine tra la solennità della tragedia e la forza della comicità si fa sottile. Dall'ombra di un clamoroso fiasco iniziale – capace di insegnare più di dieci standing ovation e di rimettere tutto in discussione – alle riflessioni sui cliché della comicità al femminile, passando per la nascita di maschere iconiche come la sua "Lucy" e lo sguardo rivolto al futuro del teatro: un viaggio sincero e senza filtri nel mondo di un'attrice che ha fatto della risata e del profondo rispetto per l'arte la propria cifra stilistica.
Sei passata dai classici dell'Accademia Silvio d'Amico alle battute di Zelig: quando hai scoperto che la risata valeva più della tragedia?
R: «In realtà la risata per me non vale più della tragedia. Ho sempre vissuto una certa frustrazione per non aver percorso la strada drammatica: ai tempi dell'accademia vedevo i miei compagni affrontare i testi classici come divinità greche, mentre io mi sentivo quella "venuta male" che faceva le battute, vivendo la comicità quasi come un deterrente. C'è un tessuto culturale che fa percepire l'attore impegnato su un gradino di stima superiore rispetto al comico, e per me la tragedia resta legata a un profondo rispetto e a una punta di sofferenza. Tuttavia, da quando faccio questo mestiere a tempo pieno, mi accorgo del bene immenso che la leggerezza fa alle persone. Far piangere riescono in tanti, ma far ridere richiede un talento puro, istintivo e raro. Alla fine di tutto, posso dire di essere felicissima di possedere questo dono e di poterlo regalare agli altri».
La tua "Lucy" esaspera i tic della Milano bene. Qual è la cosa più ridicola che hai visto fare davvero in quel mondo e che non potresti mai mettere in scena?
R: « La Lucy incarna tutti i tic di una certa Milano, o meglio dell'hinterland che si sente arrivato sulla skyline. Però devo dire la verità: non ho vissuto situazioni che non abbia già fatto dire al personaggio. Spesso si dice che la realtà superi la fantasia di un comico, ma nel mio caso non mi sono mai trovata davanti a episodi così paradossali da non poter essere raccontati. Lucy funziona perché è una maschera, nel senso della Commedia dell'arte: esattamente come Totò o come Checco Zalone, un attore che indossa una maschera può permettersi di dire tutto e di affrontare qualsiasi argomento, filtrandolo attraverso il proprio stile. La forza di Lucy sta nel fatto che questo tipo di donna è estremamente reale e presente nella nostra società. A volte mi dicono: "Sembri Chiara Ferragni, stai facendo Chiara Ferragni?". No, in realtà il mio personaggio è un ritratto corale, un insieme di donne che condividono quella specifica tipologia».
Nei tuoi monologhi attingi a piene mani dalla tua vita e dalla tua famiglia. C'è un confine che ti sei promessa di non superare mai sul palco?
R: «Non mi sono mai fatta promesse in questo senso: ho una certa fragilità e non riesco a tenermi nulla, credo sia un vero e proprio vizio di famiglia! Scherzi a parte, quando porto in scena la mia vita personale, lo faccio sempre attraverso il filtro del linguaggio teatrale: trucco, vesto e rielaboro i pensieri e i turbamenti solo quando, nel mio cuore, hanno trovato una certa risoluzione. Certo, non si guarisce del tutto – penso a Mia mamma è una marchesa, dove il rapporto con mia madre non era "risolto" in modo definitivo, perché certi legami ce li portiamo dietro tutta la vita –, ma il teatro serve a sanare e a ripulire la relazione. Negli ultimi tempi, però, sto cambiando rotta. Mentre scrivo il mio nuovo spettacolo, sento di non avere più molta voglia di attingere alla mia vita privata. Già in passato ho virato verso altre storie, impersonando figure come le donne del Vangelo, la Regina Margherita o Santa Chiara: indagare le loro personalità mi ha divertito moltissimo, e oggi sento il bisogno di continuare a raccontare "altro", spostando lo sguardo lontano da me».
Il cliché che "le donne fanno meno ridere" è davvero superato o si è solo nascosto dietro quinte più politicamente corrette?
R: «È un tema complesso e un terreno minato, specialmente oggi che si parla molto di pari opportunità, ma sono d'accordo con l'idea che le donne incontrino più difficoltà in questo ambito. A volte sono un po' all'antica e guardo alla nostra natura e alla nostra costituzione fisica: frequentando il mondo del cabaret e palcoscenici come quello di Zelig, salta subito all'occhio come siano contesti a maggioranza maschile. Il motivo è che il meccanismo comico tradizionale ha una struttura quasi "maschile". Nel cabaret serve sfondare la quarta parete, entrare con forza nel pubblico, un atto che richiede quasi un'energia penetrante. Per le donne, scimmiottare questa modalità finisce spesso per tradursi in una forma di aggressività innaturale. La comicità autenticamente femminile è più complessa da costruire. Personalmente, mi riferisco a modelli di femminile fortissimo: da un lato Anna Marchesini, che sapeva essere l'elemento femminile perfetto muovendosi in trio con colleghi uomini, e dall'altro grandi figure come Franca Valeri e Franca Rame. Loro costruivano una comicità raffinata, fatta di situazioni e di personaggi indagati nelle loro sfumature. Dunque non è che le donne non facciano ridere, ma l'approccio classico del cabaret è ritagliato su modalità maschili che agli uomini riescono più naturali».
Che cosa ha la comicità americana che al teatro satirico italiano manca ancora?
R: « È un tema che apre a importanti distinzioni. La satira – quella di Benigni o Crozza – è un discorso a parte rispetto alla stand-up comedy di matrice anglosassone, che appartiene a una cultura molto diversa dalla nostra. Quando la stand-up è fatta bene, come nel caso di Luca Ravenna, la trovo divertente e godibile. Il problema sorge quando diventa una moda acritica. Di recente sono stata alla giuria del Premio Garpez e ho notato una marea di giovani comici scimmiottare lo stile americano. Mi dispiace, perché nel nostro DNA culturale c'è la Commedia dell'arte, la maschera, la tradizione di Totò. Invece assistiamo spesso a una caricatura della stand-up basata solo su aggressività, volgarità e sul "vomitare" addosso al pubblico i propri disagi personali con violenza. A teatro funziona un po' come con la regia di Luca Ronconi: c'erano attori capaci di assimilare un metodo rigoroso e rigido rendendolo naturale e credibile, e altri che invece risultavano solo innaturali. Con la comicità americana accade la stessa cosa: se non la metabolizzi e la trasformi in un linguaggio davvero tuo, rischia di ridursi a un'esibizione di sfoghi fini a sé stessi, da cui personalmente resto molto scettica».
Qual è stato il fiasco o il silenzio in sala che ti ha insegnato più di dieci standing ovation?
R: «Il mio più grande fiasco è arrivato all'inizio del mio percorso nei laboratori di Zelig. Avevo trovato un personaggio che funzionava e, per paura di non riuscire a scrivere cose nuove, continuavo a ripetere lo stesso pezzo. Quando mi chiedevano di cambiare, mi intestardivo a voler fare a modo mio: ho applicato il mio vecchio metodo accademico – studiato all'Accademia Silvio D'Amico – chiudendomi in aula a cercare un testo che partisse dalla poesia, dalla necessità di mostrare il dolore e lo sconvolgimento emotivo dietro al personaggio di Lucy. Ho preparato un pezzo con un tappeto musicale particolare, curato nei minimi dettagli. È stato un fiasco totale, un disastro assoluto. Eppure quell'errore mi è servito immensamente: ho capito che dovevo liberarmi del bagaglio accademico e ripartire completamente da zero. Ho mollato le mie matite sul tavolo, ho iniziato a osservare gli altri, a capire cosa funzionasse davvero e a rimettermi in discussione. È valsa la pena di andare a sbattere contro quel muro».
Cosa ricordi di quella serata?
R: «…fu un fiasco totale, nessuno... tutto il pubblico muto che mi guardava, e poi quando sono scesa il presentatore ha detto: "Ringraziamo Ippolita Baldini per questa pubblicità progresso che ci ha fatto, un attimo di..." e quindi meno male che lui ha fatto riprendere la risata perché è stato un disastro».
Che tipo di malinconia serve per far ridere gli altri a comando?
R: «Per far ridere gli altri a comando non credo serva necessariamente la malinconia, e io stessa non mi riconosco in questo ritratto. Io ho bisogno di studiare i pezzi e ho i miei tempi comici, ma l'improvvisazione pura non mi viene così naturale. Penso a colleghi come Raoul Cremona, con cui condivido spesso i programmi…lui sì che è una macchina da battute a comando. Che il sipario sia aperto o chiuso, in macchina o a un evento, lui è un fiume in piena di parole. In quei casi non parlerei di malinconia, ma di indole pura: sono persone super estroverse, magnetiche e carismatiche, che hanno sempre la battuta pronta in tasca».
Se non dovessi più far ridere nessuno, quale personaggio drammatico o "scomodo" vorresti interpretare domani?
R: «È il mio incubo ricorrente: mi chiedo spesso cosa accadrà quando non farò più ridere. Ho l'impressione che i comici abbiano una sorta di "data di scadenza" anticipata rispetto ad altri artisti, un po' come lo yogurt in frigorifero! A volte capita di vedere colleghi che con l'età perdono un po' di smalto, e allora mi viene l'ansia pensando a quando toccherà a me, a quando avrò la dentiera! Però questa riflessione mi offre un ottimo spunto per il futuro. Invecchiando, mi piacerebbe cimentarmi con un personaggio drammatico ma al tempo stesso scomodo e grottesco. Ci sto pensando: un giorno, quando avrò l'età giusta, vorrei portare in scena La signorina Collins di Tennessee Williams. È la storia di una donna sola, ormai quasi del tutto compromessa con la memoria, che alla fine viene portata in una struttura per l'Alzheimer. È un ruolo tragico, ma che racchiude dentro di sé una vena di amara comicità. È un'idea che mi stuzzica molto per il mio domani d'attrice».


