La Voce Grossa di…Fiorenza D’Antonio(intervista): «Bianca Palmieri? È stato il primo grande amore professionale»
Nicola Ricchitelli - Elegante, poliedrica e dotata di un'istintiva sensibilità artistica, Fiorenza D’Antonio si sta affermando come uno dei volti più interessanti e sfaccettati del panorama cinematografico e televisivo italiano. Dalla formazione in Fashion Design al set di Paolo Sorrentino in È stata la mano di Dio, fino al ruolo della Contessa Bianca Palmieri nella celebre serie Il commissario Ricciardi, la sua carriera è un intreccio perfetto di disciplina, ricerca sensoriale e passione pura.
In questa intervista ci apre le porte del suo mondo creativo: dal suo personale "quaderno dei personaggi" — un raccoglitore di profumi, musiche e metafore visive con cui dà vita alle sue interpretazioni — fino al legame viscerale e indissolubile con Napoli, la città che le ha insegnato l'insostituibile arte di improvvisare. Tra ruoli d'epoca, ruoli antagonistici e nuove sfide più cupe e audaci, Fiorenza si racconta con autenticità, talento e una contagiosa carica di entusiasmo.
Laurea in Fashion Design e passione per il cinema: quando guardi una sceneggiatura, la "leggi" più attraverso la psicologia del personaggio o il suo costume?
R: «Quando leggo una sceneggiatura parto sempre dal profilo psicologico, ma la vera costruzione del personaggio inizia fin dal provino, soprattutto attraverso il costume. Faccio sempre una ricerca approfondita per avere un'idea chiara da proporre e per iniziare a vestire quei panni: capire come veste il personaggio mi aiuta tantissimo a sentirlo davvero mio».
Tra cinema e serie TV sei passata da figure d'epoca come la Contessa Bianca Palmieri a personaggi contemporanei. Qual è il dettaglio fisico o psicologico da cui parti sempre per "costruire" le tue figure sullo schermo?
R: «Non ho un metodo unico e rigido per tutti i personaggi, ma ho sviluppato un mio approccio: creo delle vere e proprie schede e dei moodboard per ognuno di loro. È un lavoro che faccio specialmente per le serie TV, sapendo che saranno ruoli da riprendere nel tempo. Ho un quaderno dei personaggi che mi accompagna ormai da anni e dentro c'è davvero di tutto. Non mi limito a studiare i costumi o il testo: inserisco i riferimenti a cui ogni personaggio si collega, le persone che mi richiama alla mente, i libri letti e la musica che ne definisce il ritmo interiore. A volte uso anche metafore visive o sensoriali: immagino quali "liquidi" o elementi scorrerebbero metaforicamente nelle loro vene al posto del sangue, scelgo un profumo specifico per ognuno di loro o li associo a degli animali guida. È un processo molto istintivo e sensoriale che mi aiuta a dar loro vita in modo profondo».
Qual è il tipo di ruolo che ti fa più paura accettare, e proprio per questo ti attrae?
R: ««Non ho paura di accettare ruoli complessi: se amo il progetto e il personaggio accetto con entusiasmo, altrimenti preferisco declinare l'offerta. Amo le sfide e i ruoli lontani da me, che richiedono studio e trasformazione, come quando in "I Fantastici 5" ho interpretato Marzia, un personaggio ipovedente, o quando ho dovuto imparare il toscano e il siciliano. L'unica cosa che mi farebbe davvero timore è interpretare un personaggio con problemi di tossicodipendenza, per la paura di non rendergli la giusta giustizia sul set».
In "È stata la mano di Dio" hai interpretato il ruolo di Gigliola sotto la direzione di Paolo Sorrentino. Che impatto ha avuto sul tuo modo di intendere il cinema essere diretta da un premio Oscar fin dai tuoi esordi?
R: «Lavorare a "È stata la mano di Dio" è stato un onore enorme e una grande fortuna. Anche se le mie scene sono state in gran parte tagliate al montaggio, far parte di quel progetto con un regista straordinario, un cast incredibile e una troupe fantastica è stato fondamentale: essendo uno dei miei primi lavori, mi ha regalato una carica enorme di entusiasmo e una nuova consapevolezza nei miei mezzi. Lavorare su quel set mi ha fatto sentire parte di un'opera d'arte».
In "Non è un paese per single" (regia di Laura Chiassone) interpreti Rosa. Come si evita il rischio del cliché quando si recita in una rom-com moderna?
R: «Bella domanda! È come se il personaggio di Rosa ce l'avessi avuto proprio dentro fin da subito. Pensate che non ho nemmeno fatto il provino in dialetto toscano, eppure mi sono divertita tantissimo. È uno di quei ruoli in cui intuisci immediatamente di poter dare tutto, di poter giocare e sperimentare. Non mi sono preoccupata di cadere nei soliti cliché, anche perché non era tra le mie paure: credo che quando non ti lasci condizionare da questo timore, riesci ad evitarlo più naturale ed efficacemente. Poi chissà, magari un pizzico c'è, non ne ho idea, ma va bene così! Per quanto riguarda il ruolo dell'antagonista, devo dire che mi capita spesso di interpretarne, ma cerco sempre di portarne in scena sfumature differenti. Il segreto è non recitare "la cattiva" in modo stereotipato, ma interpretare i desideri profondi del personaggio. Rosa è una donna fatta a modo suo, determinata a raggiungere quello che si è prefissata, che in questo caso è l'amore, seppur con i suoi metodi. Quindi, semplicemente, mi sono lanciata a capofitto nel ruolo!».
La tua città sta vivendo un'epoca d'oro nel cinema e nella fiction: che cosa restituisce Napoli alla tua recitazione che le accademie non possono insegnare?
R: «Napoli è una città incredibile: se dovessi rinascere cento volte, rinascerei sempre a Napoli, lo dico continuamente. I napoletani si muovono nel mondo con un ritmo diverso. C'è qualcosa che nessuna accademia al mondo — che si tratti di recitazione o di qualsiasi altra disciplina — ti potrà mai insegnare: l'arte di arrangiarsi. Napoli è una città complessa, bellissima e imprevedibile, dove tutto può succedere, ma in cui non ti abitui mai alla meraviglia, finendo per sorprenderti ogni volta. Ti mette costantemente di fronte a imprevisti e sfide, e tu in qualche modo trovi sempre la soluzione. Secondo me è proprio questo a definire un napoletano: la capacità di cavarsela, sempre. E questo approccio aiuta tantissimo sul set. Puoi studiare la scena quanto vuoi, ma quando arrivi sul ciak la realtà è spesso diversa. Quella prontezza di riflessi e quella velocità di adattamento sono qualità che appartengono a molti, ma l'impronta che hanno i napoletani è davvero unica».
Se guardi la tua filmografia oggi, quale dei ruoli interpretati finora senti che abbia lasciato il segno più profondo nella tua crescita personale prima ancora che professionale?
R: «Forse il primo grande amore rimane Il commissario Ricciardi con il personaggio della contessa Bianca Palmieri. È stato il mio primo ruolo importante e ho avuto la fortuna di lavorare con compagni di viaggio straordinari. Il regista Giampaolo Tescari, Massimiliano Rossi — con cui ancora oggi sono molto legata e mi sento spesso — e Lino Guanciale, un grandissimo attore e un vero signore, mi hanno letteralmente tenuta per mano. È stata una bellissima sfida. Ero già innamorata del personaggio di Bianca perché leggevo i romanzi di Maurizio De Giovanni; venne anche a fare una conferenza nella mia scuola quando andavo al liceo e mi affascinò subito il suo universo. Per me entrare in uno scenario che avevo soltanto letto, immaginato e assorbito dalle pagine dei libri è stato davvero magico, un piccolo sogno che si realizzava. Per questo credo che Bianca sia stata, e sia tuttora, il mio grande amore professionale. Tra l'altro a marzo riprenderemo le riprese e non vedo l'ora! In contesti simili, strumenti come il mio "quaderno dei personaggi" acquistano un significato enorme: ho iniziato a interpretarla dalla seconda stagione, circa quattro anni fa, quindi oramai è un percorso che facciamo insieme da un bel po' di tempo».
Fino a oggi hai interpretato figure spesso definite eleganti o complesse. C'è un tipo di personaggio cinematografico — magari sporco, "cattivo" o emotivamente instabile — che non ti hanno ancora offerto e che muori dalla voglia di interpretare?
R: «Proprio di recente ho avuto l'opportunità di cimentarmi in un progetto un po' più oscuro e mi sono divertita da morire. Non posso ancora svelare nulla — si scoprirà tutto nel corso dell'anno —, ma è stato davvero stimolante interpretare un personaggio più "rude" e cattivo. Era uno di quei ruoli che non vedevo l'ora di affrontare; a volte mi chiedevo se mai mi avrebbero dato l'occasione di farlo, ed è successo. Quindi no, non posso proprio lamentarmi: sono davvero felice».


