La Voce Grossa di…Massimo Marazzina(intervista): «Dal primo gol contro l'Inter alla favola Chievo, vi racconto la mia Serie A»
Nicola Ricchitelli - Dalla favola Chievo ai fasti della Nazionale, passando per i gol storici con Bologna, Torino e le emozioni in maglia nerazzurra: Massimo Marazzina si racconta senza filtri in un viaggio tra i ricordi più intensi della sua carriera. Dalle notti da favola in campo ai duelli spigolosi con i difensori più forti del mondo, fino a una lucidissima e spietata analisi sullo stato di salute del calcio moderno e sulla lenta scomparsa del classico centravanti.
Sei cresciuto nel settore giovanile dell'Inter e hai esordito in A a neanche vent'anni: che effetto ti fece condividere lo spogliatoio con campioni affermati e quale insegnamento di quel periodo ti è servito di più nel prosieguo della carriera?
R: «È stata una grandissima emozione. Essendo nato interista, fare tutta la trafila nel settore giovanile fino all'esordio in prima squadra è stato l'inizio di un percorso bellissimo. Vedevo quei campioni come dei veri e propri miti. Erano persone di grande valore che, prima ancora di insegnarmi le cose di campo, mi hanno insegnato a stare al mondo, a comportarmi nello spogliatoio e a rispettare le persone fuori dal terreno di gioco».
Verona e il Chievo hanno rappresentato la svolta della tua carriera. Qual era il segreto di quella squadra guidata da Gigi Delneri che stravolse le gerarchie del calcio italiano nel 2001-2002?
R: «Non c'erano segreti particolari se non il fatto che andavamo d'accordo anche fuori dal campo, senza invidie o gelosie».
Al Chievo ti sei integrato alla perfezione nei meccanismi del 4-4-2 con compagni di reparto come Corradi e i fratelli Cossato. Quali caratteristiche vi rendevano così complementari e difficili da marcare per le difese avversarie?
R: «Eravamo tutti concentrati verso un unico obiettivo e felici quando l'altro faceva bene. Io e Bernardo avevamo caratteristiche completamente diverse e ci completavamo a vicenda: dove non arrivava lui arrivavo io, e dove io avevo delle lacune lui era bravissimo a coprirle. Mettendo insieme le nostre qualità abbiamo costruito un reparto offensivo perfetto».
Nel 2002 è arrivata la chiamata di Giovanni Trapattoni in Nazionale. Cosa si prova a indossare la maglia azzurra partendo da una realtà di provincia come quella clivense?
R: «Una gioia e un orgoglio immenso. All'inizio della stagione la Nazionale era qualcosa di impensabile, non avrei mai immaginato una scalata simile. Appena arrivato nel gruppo ho provato un po' di soggezione perché ti trovi davanti a dei mostri sacri. Però poi capisci che se sei lì significa che te lo meriti. Quei grandi campioni sono stati eccezionali nel farmi sentire subito a mio agio. In Nazionale si remava tutti dalla stessa parte per raggiungere traguardi importanti».
Nel gennaio 2003 arrivò la chiamata della Roma, una piazza caldissima con grandissima concorrenza. Cosa non ha funzionato in quei mesi nella Capitale e cosa ti porti dietro da quell'esperienza?
R: «Conservo comunque il buon ricordo di averci provato. Arrivai all'ultimo giorno di mercato in un momento in cui la Roma era praticamente già fuori da tutte le competizioni, e questo non mi ha agevolato. Ero convinto di far bene, altrimenti non avrei mai lasciato il Chievo. Mi prendo la mia parte di responsabilità, anche se poi un grave infortunio mi ha bloccato e non ho più potuto giocare. È andata male, ma se non ci provi non sai mai come possa andare. Resta il bilancio positivo per aver conosciuto grandi persone e compagni con cui sono ancora in contatto».
Sampdoria, Modena e poi Torino, dove con 16 gol hai conquistato sul campo la Serie A. Che ricordi hai di quella parentesi granata vissuta in un clima di forte passione ma anche di incertezza societaria?
R: «A Torino è stato l'anno più intenso della mia carriera. Quando sono arrivato la situazione era una polveriera, tutti mi sconsigliavano di andare e all'inizio non ero entusiasta. Ma dopo il primo giorno ho capito che era il posto giusto per me. I tifosi mi hanno amato da subito. Poi ci sono state vicende societarie particolari per come è finita, ma sono stato l'ultimo ad abbandonare la nave perché volevo rimanere a tutti i costi. Quando me ne sono andato non c'erano davvero più i presupposti, me lo disse anche Cairo prima di riuscire a rilevare il club da Giovannone. Indossare la maglia del Toro è qualcosa di speciale: quando vai a Superga o al Filadelfia capisci tutto l'amore che c'è attorno a quella squadra».
A Bologna hai vissuto una vera e propria seconda giovinezza, culminata con le 23 reti nella stagione 2007-08 che hanno riportato i rossoblù in Serie A. Quanto ha contato la fiducia dell'ambiente e dei tifosi felsinei nelle tue prestazioni?
R: «La fiducia serve sempre, ma bisogna guadagnarsela. Quell'anno ho avuto la fortuna di partire bene e di avere una squadra fantastica che mi supportava. È stato l'anno perfetto: vincere il campionato con una piazza gloriosa come Bologna e segnare il gol promozione mi permetterà di rimanere per sempre negli annali della storia rossoblù. Ancora oggi, quando torno a Bologna o partecipo a qualche trasmissione, ricevo un affetto enorme che mi fa immenso piacere».
Hai giocato nell'epoca d'oro della Serie A, incrociando i tacchi con campioni del calibro di Maldini, Nesta, Cannavaro e Thuram. Chi è stato il difensore che ti ha fatto faticare di più in campo?
R: «Essendo un attaccante rapido che amava attaccare la profondità, soffrivo particolarmente i difensori veloci ed esplosivi. Alessandro Nesta e Fabio Cannavaro mi davano davvero fastidio. Poi c'era Iván Córdoba, una scheggia e difficilissimo da saltare. Diciamo che avrei l'imbarazzo della scelta, ma questi tre su tutti».
Il ruolo del centravanti è cambiato molto nel tempo. Confrontando il calcio dei tuoi anni con quello odierno, quali differenze noti nei movimenti e nei compiti richiesti alla prima punta?
R: «Il problema del calcio di oggi è che si gioca quasi solo in orizzontale e molte squadre si limitano a un possesso palla sterile. Non ci sono più i giocatori di una volta capaci di puntare il fondo e mettere dentro quei bei cross tesi, fatti come Cristo comanda. Con questo continuo giro palla le difese avversarie fanno in tempo a posizionarsi, così per un attaccante diventa difficilissimo perché il 9 deve poter sfruttare il momento e la profondità. Oggi vogliono tutti la palla sui piedi, ma sono pochi quelli che sanno fare davvero la differenza da fermi. È per questo che il centravanti di razza sta quasi scomparendo».
Guardando indietro a tutta la tua strada, dal settore giovanile nerazzurro all'addio al calcio giocato nel 2010, qual è l'emozione o il gol che ricordi con più orgoglio?
R: «Quando apro gli occhi e penso alla mia carriera, ci sono tre tappe fondamentali che mi tornano subito in mente. La prima è il mio primo gol in Serie A con la Reggina contro l'Inter a Reggio Calabria, la partita che poi portò alle dimissioni di Lippi. La seconda è il gol che ci fece vincere a San Siro, sempre contro l'Inter, quando l'intera Italia calcistica iniziò a capire che facevamo davvero sul serio; a fine partita scambiai anche la maglia con Ronaldo "Il Fenomeno". E infine, la chiamata in Nazionale. Del resto ci sono stati anche momenti più bui e brutti, ma fortunatamente non ho mai avuto infortuni seri. Posso dire che va benissimo così».



