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La Voce Grossa di… Ezequiel Schelotto(intervista): «Vicepresidente, capitano e giocatore all'FC Paradiso: sono il primo ad arrivare al campo e l'ultimo ad andare via»



Nicola Ricchitelli - Corsa, cuore, sudore e un amore viscerale per il pallone. A trentasette anni, la storia di Ezequiel Schelotto non è soltanto quella di un esterno che ha spaccato le fasce dei campi di Serie A e Premier League, ma il racconto di un ragazzo partito da Buenos Aires con una valigia piena di sogni e i solidi valori di una famiglia numerosa. Dai primi brividi a Cesena — dove ha scritto una pagina leggendaria con una doppia promozione consecutiva — fino all'esplosione sotto la guida di Colantuono all'Atalanta, passando per le notti europee, le pressioni di San Siro, il fascino del calcio inglese col Brighton e l'esperienza viscerale vissuta nel Sud Italia, a Barletta. Oggi, tra i campi e la scrivania in Svizzera, il "Galgo" si racconta senza filtri in questa lunga ed emozionante chiacchierata: un viaggio tra rimpianti, vittorie, e quella fame di chi non ha mai smesso di sentirsi un bambino innamorato del proprio sogno.

Dal vivaio del Banfield all'impatto con l'Italia: cosa porti dentro del calcio argentino che ti ha permesso di non subire il trauma del salto transoceanico a soli 19 anni?
R: «Quando sono arrivato nel 2008 ero affascinato ma anche frastornato. La mia famiglia è sempre stata unitissima: abitavamo tutti insieme con mamma e papà, essendo sette fratelli, e quella era la mia prima volta vera fuori casa. Mi accompagnò mio padre, e la sua presenza è stata fondamentale per superare il colpo. Ero giovanissimo, avevo appena 19 anni e non avevo ancora esordito in prima squadra nel Banfield: l'Atalanta mi aveva acquistato per "parcheggiarmi" a Cesena, in C, dopo una retrocessione. Ricordo la forte preoccupazione di mia mamma, alla quale dissi: "Stai tranquilla, appena metto piede in Italia non torno indietro, voglio fare carriera". Non parlavo la lingua, non conoscevo il sistema, la cultura o il calcio italiano, ma i valori dei miei genitori mi hanno dato la maturità per reggere l'impatto. A Cesena ho trovato una piazza enorme, una società importante con quasi 30.000 persone al Manuzzi, e lì è successo l'incredibile: due promozioni una dietro l'altra, dalla C alla B e dalla B alla A, e la successiva permanenza nella massima serie. Se ci penso oggi, a 37 anni, sembra una pazzia: per un ragazzo arrivato dall'altra parte del mondo, vincere due promozioni di fila non è qualcosa che si scrive a tavolino. È un sogno pazzesco che si è trasformato in realtà».

Cesena, la doppia promozione dalla C1 alla Serie A: quanto c'era di folle e quanto di incoscienza in quella cavalcata trionfale?
R: «Il Cesena ripartiva da una situazione societaria difficile in Serie C, con un profondo rinnovamento e l'arrivo di un trascinatore in panchina: Pierpaolo Bisoli. Un tecnico "matto" per il calcio, che ci ha subito messo in testa che l'unico modo per risollevare la piazza era vincere e puntare in alto. Per me personalmente l'impatto è stato durissimo: tra burocrazia e ritardi, il transfer non arrivava e sono stato ben 10 mesi senza poter giocare gare ufficiali, facendo solo amichevoli. Il debutto è arrivato a marzo, in un momento caldissimo del campionato, in una trasferta a Ferrara che non vincevamo da quarant'anni. Siamo rimasti in dieci dopo un minuto del secondo tempo eppure l'abbiamo sbloccata: mi sono ritrovato dentro l'area a fare il gol della vittoria, quella che ci ha tenuti primi a tre giornate dalla fine, spalancandoci le porte della Serie B. La promozione successiva, sempre con Bisoli in panchina, è stata la consacrazione. Pierpaolo per me è stato come un padre: mi ha martellato, mi ha aspettato, mi ha insegnato tutto e gli voglio un bene dell'anima. Ci sentiamo ancora oggi. Passare in due anni da perfetti sconosciuti a idoli della città, cancellando i fantasmi del passato e chiudendo il cerchio con la salvezza in Serie A, è stato incredibile. Quei primi tre anni a Cesena mi hanno dato le fondamenta e la spinta per tutta la mia carriera. Cesena per me è casa, e le vorrò sempre un bene immenso».

Bergamo e il "Gewiss Stadium" (allora Atleti Azzurri d'Italia): perché con Colantuono in nerazzurro hai trovato il contesto tattico perfetto per esplodere?
R: «Finalmente nel 2011 sono arrivato all'Atalanta, il club che mi aveva portato in Italia tre anni prima. I nerazzurri erano appena tornati in Serie A dopo aver vinto il campionato cadetto. Sono arrivato con i piedi per terra, consapevole di essere ancora giovane e di avere alle spalle solo una stagione nella massima serie divisa tra Cesena e Catania. Mi sono trovato in uno spogliatoio importante, pieno di campioni con oltre 300 presenze in Serie A, in uno stadio impressionante e con tifosi caldissimi. Per fortuna ho trovato mister Stefano Colantuono: sotto l'aspetto mentale e tattico aveva molte somiglianze con Bisoli, il che mi ha permesso di adeguarmi subito e conquistarmi il posto già nel ritiro estivo. Quei due anni a Bergamo sono stati straordinari e mi hanno aperto le porte della Nazionale e dei grandi club. Senza la penalizzazione di sei punti a inizio stagione, che ci aveva fatto partire ultimi nonostante quattro vittorie nelle prime quattro gare, ci saremmo qualificati matematicamente in Europa League. Ma la forza di quel gruppo era incredibile: eravamo una squadra solida, che andava sempre a mille e dava costantemente fastidio alle grandi del calcio italiano come Juventus, Milan e Inter. Se la mia carriera ha spiccato il volo, lo devo anche all'Atalanta e a un allenatore che ha fatto la storia di questa piazza».


In cosa l'Atalanta di quel periodo era già un prototipo del modello di club che vediamo oggi?
R: «All'Atalanta sono arrivato grazie alla famiglia Percassi, che era già nel club da un anno e l'aveva riportata in Serie A nel 2011. Avevano in mente un progetto a lungo termine, fatto di stadi pieni, programmazione e un settore giovanile d'eccellenza. Se oggi vediamo l'Atalanta a questi livelli è frutto di enormi sacrifici economici e di tempo da parte della famiglia Percassi, che prima di essere proprietari sono tifosi veri del club. Nel calcio di oggi è raro trovare presidenti tifosi, una figura d'altri tempi che oggi spesso cede il passo a investitori stranieri. Per me il cuore e la passione di un presidente che vive le difficoltà e le gioie insieme alla sua gente fanno tutta la differenza del mondo. Il calcio è cambiato molto, si parla più di investimenti che di romanticismo, ma per me resterà sempre e solo una passione da vivere 24 ore su 24».


Sassuolo, Parma, Verona sono stati fondamentalmente anni di transizione…
R: «Dopo l'Atalanta sono arrivate altre tappe importanti: Sassuolo, Parma e Chievo Verona. A Parma abbiamo vissuto una stagione straordinaria culminata con la qualificazione in Europa League, poi purtroppo sfumata per questioni burocratiche. Al Chievo abbiamo stabilito il record di punti per la salvezza, e anche a Sassuolo, con una squadra giovanissima e neopromossa, è andata benissimo. Nel calcio a volte vorresti legarti a vita a un club, ma non sempre è possibile. Quando sono andato a Parma pensavo di restarci per cinque o sei anni, poi sono nati i problemi societari; pensavo lo stesso a Verona, al punto da voler comprare casa. Purtroppo cambiano le società, cambiano gli allenatori e le dinamiche, e devi fare delle scelte. Ho girato molto, approdando anche allo Sporting e al Brighton, prima di tornare in Argentina e poi di nuovo in Italia».

Quale è stato il più grande rammarico della tua carriera?
R: «Se ci penso, però, il più grande rammarico è non essere riuscito a fermarmi a vita in un'unica squadra: sarebbe stato straordinario per me e per la mia famiglia. Ma il calcio è anche questo. Io l'ho sempre vissuto come una passione viscerale, mai come un semplice lavoro. Se avessi guardato solo ai soldi avrei fatto altre scelte, invece ho sempre messo in campo l'anima e il cuore. Ed è per questo che, in ogni stadio in cui torno, la gente mi tratta ancora con rispetto: io ci sono sempre per una foto, una chiacchierata o un abbraccio con i tifosi. Sono fatto così».


Lisbona con lo Sporting e il Brighton in Premier League: quale dei due campionati esteri ti ha dato di più a livello di mentalità e cultura del lavoro?
R: «Allo Sporting ho avuto il privilegio di lavorare con un allenatore che oggi siede sulla panchina della Nazionale portoghese: Jorge Jesus. Mi ha dato tantissimo a livello tattico e mi ha insegnato moltissimo; oggi non ci sono molti tecnici che "vivono" il calcio a quel livello. Era sempre dieci passi avanti, con input dettagliati su ogni singolo avversario. Poi ho vissuto tre anni bellissimi al Brighton, dove ho cambiato ruolo da esterno alto a terzino destro, imparando la fase difensiva grazie a un'impostazione senza la quale non sarei mai arrivato in Premier League. Quel campionato è il più preparato al mondo: un mix di tattica, tecnica, velocità e fisicità che mi ha forgiato, permettendomi di reggere i ritmi di tre o quattro partite a settimana. In Inghilterra le strutture e lo stile di vita ti consentono di pensare solo a giocare a calcio, mentre tutto il resto — dalla famiglia alla scuola dei figli — è supportato alla perfezione dalla società».


Il ritorno in patria per vestire la maglia del Racing: l'Argentina che avevi lasciato da ragazzo era la stessa che hai ritrovato da uomo?
«Nel 2021, dopo tredici anni dall'addio, sono tornato in Argentina per indossare la maglia del Racing Club. È stato un momento speciale anche perché ho esordito nella Serie A argentina: ero partito giovanissimo dal Banfield senza aver mai giocato in prima squadra e senza contratto. Il Racing è un club immenso, con uno stadio impressionante e tifosi straordinari. Mi sono divertito tantissimo, realizzando il sogno di giocare la Copa Libertadores, la Copa Sudamericana e il campionato argentino davanti a cinquantamila persone che cantano senza sosta. Era la gioia di tutta la mia famiglia: ogni volta che tornavo in vacanza pensavo a quanto sarebbe stato bello giocare lì, e ci sono riuscito. L'Argentina è un paese complicato e difficile dal punto di vista economico, ma ha una bellezza unica. Lì il mondo si ferma il sabato, la domenica e soprattutto quando gioca la Nazionale: la gente lavora duramente da mattina a sera, ma nei novanta minuti della partita si azzera tutto. È il momento in cui ci si sfoga di ogni problema personale».


Barletta, l'impatto con il calore viscerale del tifo del Sud Italia: cosa ti ha spinto a metterti in gioco in una piazza così calda e passionale?
R: «Barletta è una città straordinaria, con una tifoseria pazzesca che vive di calcio con il sangue, il cuore, l'anima e quel fuoco che piace a me. Avere dei tifosi così è fantastico: Barletta non è solo splendida per la sua bellezza, ma soprattutto per la sua gente e per l'affetto che ti dimostra sempre, e ho ancora tanti amici che sento e che mi mancano. I primi mesi sono andati molto bene, poi al ritorno dalla sosta natalizia ci sono stati problemi societari e di risultati che purtroppo non ci hanno accompagnato. Penso che Barletta meriti di stare in Serie C e mi auguro che possa salire in Serie B e poi in Serie A, perché è il sogno di tutti. Purtroppo le nostre strade si sono dovute separare per tanti motivi, ma nutro un rispetto immenso per la città, per il presidente di allora e per tutte le persone che mi sono state vicine».

Oggi in Svizzera tra campo e scrivania: quando guardi i ragazzi di oggi, chi vedi nello specchio: il giovane "Galgo" che spaccava le fasce o il dirigente che prova a proteggerli?
R: «Vivo questo doppio ruolo — vicepresidente, azionista, giocatore e capitano — senza indossare alcuna maschera. Quando la gente mi parla, non voglio che si focalizzi sui titoli: prima di tutto sono una persona comune, un appassionato che vuole continuare a divertirsi con serietà. Mi alzo presto la mattina, sono il primo ad arrivare al campo e l'ultimo ad andare via. Vivo questa esperienza con la stessa intensità dei grandi stadi in cui ho giocato: oggi il nostro stadio è il migliore in assoluto, così come la nostra squadra e la nostra società. Stiamo crescendo molto e stiamo lottando per la Serie B, anche se non è facile, ve lo dico con sincerità. Ho la fortuna di avere mia moglie al mio fianco, mia figlia che mi aspetta e la mia famiglia che mi sostiene in ogni passo, sia dentro il campo che dietro la scrivania. Lo faccio con amore e senza pormi limiti, con la stessa fame del ragazzo che voleva arrivare in alto. È questo che cerco di insegnare ai più giovani: essere calciatori non è solo uno status, nessuno ti regala nulla e l'unico modo per lasciare il segno è dare l'esempio, ogni giorno, dentro e fuori dal rettangolo verde».

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