La Voce Grossa di…Roberto Floriano(intervista): «Da Direttore Sportivo voglio ripercorrere quanto fatto in campo: umiltà e grande ambizione»
Nicola Ricchitelli - Ci sono storie nel calcio che non si misurano soltanto con le categorie o le statistiche, ma con l'impronta emotiva lasciata nel cuore delle tifoserie. Roberto Floriano è senza dubbio il simbolo di questo calcio autentico e passionale: dai primi passi mossa in Germania al lungo cammino nel settore giovanile dell'Inter, fino a diventare l'uomo simbolo delle rinascite di piazze storiche come Mantova, Barletta, Foggia, Bari e Palermo. Oggi, al suo terzo anno da Direttore Sportivo in Serie D, Floriano guarda al futuro con la stessa ambizione e umiltà che lo hanno reso protagonista sul rettangolo verde. In questa intervista esclusiva si racconta a 360 gradi: dai gol memorabili ai grandi maestri incrociati in panchina, fino al suo nuovo ruolo dietro la scrivania.
Se guardi indietro al percorso che hai fatto finora, qual è il primo fermo immagine che ti viene in mente e perché?
R: «Il primo fermo immagine che mi torna in mente è da bambino, quando muovevo i primi passi sul campo da gioco in Germania. Se invece guardo a tutto il mio percorso fino ad oggi, l'istantanea finale è senza dubbio la vittoria dei playoff con il Palermo, la seconda promozione conquistata con la maglia rosanero. Sono queste le due immagini simbolo del mio cammino».
Sei cresciuto nel settore giovanile dell'Inter, per poi farti le ossa nei dilettanti tra Colognese e Tritium. Quanto è stato fondamentale passare dal calcio giovanile d'élite alla concretezza della Serie D per costruire la tua mentalità?
R: «Arrivato dalla Germania, ho vissuto ben otto anni nel settore giovanile dell'Inter, facendo tutta la trafila dagli Esordienti fino alla Primavera. Successivamente ho affrontato la Serie D con le maglie di Seregno e Colognese, per poi passare alla Tritium in C2. Quella tappa è stata fondamentale: abbiamo vinto subito il campionato di C2 ed è stato un banco di prova importante per la mia crescita. Dopotutto, dopo essere cresciuto per otto anni in un vivaio come quello dell'Inter, calarsi nella realtà dei grandi e ripartire da categorie minori non è mai un passaggio scontato».
Da Barletta e Foggia fino ai trionfi con Bari e Palermo: la tua carriera è legata a piazze dal bacino d'utenza enorme. Cosa serve a livello mentale per reggere la pressione di piazze così importanti stagione dopo stagione?
R: «Ho avuto la fortuna di militare in piazze di primissimo piano, non solo al Sud ma anche al Centro e al Nord. Penso a realtà storiche come Alessandria, Mantova, Pisa e Carrara, fino ad arrivare a Foggia, Bari, Palermo e Barletta. Sono tutte piazze con una tradizione e un calore unici. Ciò che mi ha sempre guidato è la voglia costante di migliorarmi e di mettermi in gioco. Il mio segreto è stato cercare ogni volta di immedesimarmi nei tifosi e sentire la loro stessa passione: ho sempre avvertito il dovere e il privilegio di onorare la maglia e la tifoseria che rappresentavo in quel momento».
A Mantova vivi la tua miglior stagione a livello di gol: 19 reti in 33 presenze. È lì che hai capito che la tua carriera stava prendendo una piega decisamente diversa e più importante?
R: «Quella a Mantova è stata senza dubbio una stagione cruciale per la mia carriera. Al di là dei 19 gol realizzati, era un anno fondamentale perché coincideva con la riforma della Lega Pro e il passaggio alla C unica, quindi la promozione era un obiettivo primario. Venivo dall'esperienza nella massima serie in Bulgaria ed ero molto più consapevole dei miei mezzi. Per assurdo, più salivo di categoria, più mi sentivo a mio agio sul terreno di gioco: ho sempre avuto bisogno di forti stimoli esterni, come la spinta del pubblico e la pressione positiva di grandi piazze, che mi hanno aiutato a dare costantemente il massimo».
A Barletta confermi un ruolino di marcia impressionante, segnando gol iconici come quello nello 0-1 al Foggia allo Zaccheria. Che ricordo hai di quei mesi in Puglia e quanto hanno inciso nel farti notare dalle grandi del girone?
R: «Quella a Barletta è stata un'esperienza bellissima, purtroppo durata troppo poco a causa dei problemi societari ed economici che poi mi spinsero a cambiare aria. Eravamo davvero un'ottima squadra, composta da elementi di grande valore, e con quella maglia sono riuscito a realizzare gol molto belli e pesanti. Ricordo quel periodo con enorme piacere: Barletta è una splendida città che vive letteralmente di calcio e in cui mi sono trovato benissimo. All'inizio c'era un po' di scetticismo nei miei confronti, perché arrivavo dal Nord e la gente non mi conosceva ancora bene; poi però con le prestazioni mi hanno apprezzato moltissimo, ed è una soddisfazione che porto ancora nel cuore».
A Barletta ricordano ancora il goal nel derby Foggia-Barletta, cosa hai pensato un istante prima di calciare quel pallone a giro finito in rete?
R: «Cosa ho pensato un secondo prima di calciare? In realtà la mia mente era concentrata solo su un obiettivo: fare gol. Ho visto che c'era lo spazio necessario per coordinarmi e me lo sono preparato al meglio, riuscendo a cogliere tutti di contropiede. È stata una rete bellissima e dal significato enorme, anche perché il Barletta non vinceva a Foggia da circa vent'anni: quando siamo rientrati in città, l'accoglienza dei tifosi è stata fantastica».
Qualche anno dopo allo “Zaccheria” ci arrivi per indossare la maglia del Foggia, dove vinci la Coppa Italia di Serie C e vissuto stagioni ad altissima intensità. Cosa ha significato vestire quella maglia e giocare in uno stadio iconico come lo “Zaccheria”?
R: «Lo "Zaccheria" è indubbiamente uno degli stadi che ti trasmettono di più a livello emotivo: con le sue due curve sempre calde e la tanta gente sugli spalti, avverti chiaramente quanto il popolo foggiano viva in modo viscerale per la propria squadra. È stata un'annata straordinaria. Abbiamo conquistato la Coppa Italia di Serie C e siamo arrivati fino alla finale dei playoff. Ricordo un entusiasmo incredibile, con lo stadio costantemente sold out per tantissime partite di fila. Vivere e respirare momenti di tale intensità è qualcosa di impagabile per un calciatore».
Era il Foggia di Roberto De Zerbi, cosa ti ha lasciato il suo modo di allenare?
R: «Roberto De Zerbi è un allenatore per il quale si capiva fin da subito che sarebbe arrivato a grandissimi livelli. Te ne accorgevi immediatamente dal modo in cui ti insegnava calcio, da come preparava ogni singola partita e dalla sua capacità di coinvolgere l'intero gruppo. A me, così come a tutti i miei compagni di squadra, ha letteralmente aperto la mente come calciatore: mi ha lasciato un'impronta profonda sul modo di stare in campo e di intendere questo gioco».
Nel 2018 accetti la sfida di scendere in Serie D per sposare il progetto del nuovo Bari. Cosa ti ha spinto ad accettare una piazza di quella portata in un momento di rifondazione e che valore ha avuto la vittoria di quel campionato?
R: «Inizialmente ero stato confermato a Foggia per il campionato di Serie B. Ero in scadenza di contratto e stavamo trattando il rinnovo, quando verso fine agosto mi fu comunicato che la società non intendeva prolungare e mi avrebbe lasciato andare a scadenza. In quel momento è arrivata la chiamata del Bari. È vero che scendevo di due categorie, ma stiamo parlando di una piazza di straordinaria importanza e di un progetto societario così solido che non ho esitato un attimo ad accettare. Vincere subito quel campionato ha restituito al pubblico il valore che meritava, anche se Bari non c'entra nulla con la Serie D e persino la C le sta stretta: è una realtà che merita minimo la Serie B e, a mio avviso, ha tutto per stare stabilmente in Serie A».
A Palermo fai un percorso quasi parallelo: arrivi in Serie D, conquisti la promozione e poi vivi da protagonista la cavalcata playoff del 2022 con Baldini in panchina. Che atmosfera si respirava in quel gruppo e nella città?
R: «A Palermo ho ripercorso in parte le tappe di Bari: sono ripartito dalla Serie D, conquistando subito la vittoria del campionato, per poi vincere gli straordinari playoff al secondo anno di Serie C. Mister Baldini è stato eccezionale nel plasmare un'alchimia unica tra squadra, staff, tifosi e l'intera città, qualcosa di veramente raro nel calcio. Abbiamo registrato ben quattro sold out consecutivi al "Barbera": la città viveva letteralmente per noi e noi in campo mettevamo tutto per dare orgoglio e riportare in alto Palermo. Ripercorrere e ricordare quei momenti mi trasmette ancora oggi un'emozione fortissima».
C'è un tecnico in particolare che ha saputo toccare le corde giuste, sia dal punto di vista tattico che umano, e che ti ha lasciato qualcosa in più?
R: «Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti tecnici eccellenti nel corso degli anni. Se penso a Silvio Baldini, è stato straordinario nell'impatto emotivo: sapeva toccare le corde giuste perché a livello umano ne percepivi immediatamente l'autenticità e la trasparenza. Roberto De Zerbi, d'altro canto, mi ha dato tantissimo sotto il profilo tecnico e tattico. Tra i grandi nomi con cui ho condiviso un percorso importante considero sicuramente anche Giovanni Stroppa e Eugenio Corini, con il quale mi sono trovato benissimo. Non posso poi dimenticare figure d'esperienza come Massimo Morgia o Giuliano Sonzogni. Oggi alla ribalta della cronaca sportiva ci sono soprattutto profili come Stroppa, Baldini e De Zerbi, ma credo fermamente che ogni allenatore — persino quelli con cui c'è stata meno sintonia — ti lasci qualcosa di prezioso. Sono davvero felice del bagaglio di esperienze che ho maturato grazie a ciascuno di loro».
Chi è stato il compagno di squadra più forte con cui hai giocato e quello con cui hai stretto il legame più forte fuori dal rettangolo di gioco?
R: «Tra i compagni più forti con cui ho giocato posso citare sicuramente elementi del calibro di Mirco Antenucci, Franco Brienza e Valerio Di Cesare. Ho visto crescere anche diversi giovani di grande prospettiva, sui quali si intuiva fin da subito la stoffa del professionista, come Andrea Felici, Andrea Silipo e lo stesso Matteo Brunori. Sono passati davvero tanti colleghi di valore e sarebbe difficile fare un solo nome in assoluto. Se invece parliamo del legame umano fuori dal campo, tra le figure più note un posto speciale lo occupa sicuramente Valerio Di Cesare: per me è molto più di un ex compagno di squadra, è un carissimo amico».
Oggi molti giovani emergono presto ma rischiano di perdersi alle prime difficoltà. Se potessi dare un consiglio a un ragazzo che oggi muove i primi passi nelle categorie minori, cosa gli diresti?
R: «Ai giovani dico sempre di credere fortemente nel proprio potenziale, ma al tempo stesso di rispettare le regole. L'aspetto fondamentale è diventare prima uomini e poi calciatori: quando c'è una solida base umana e la giusta attitudine, il destino fa il suo corso».
Quando chiudi gli occhi e pensi al tuo futuro, dentro o fuori dal mondo del calcio, quale nuova sfida ti stimola di più?
R: «Oggi sono al mio terzo anno da Direttore Sportivo in Serie D e ho un obiettivo ben preciso: mi piacerebbe ripercorrere, dietro la scrivania, almeno quanto fatto da calciatore sul campo e raggiungere categorie importanti. L'ambizione deve rimanere sempre alta, ma al tempo stesso occorre mantenere grande umiltà, affrontando il percorso passo dopo passo e facendo le giuste esperienze. È un processo di crescita continuo, che si alimenta giorno dopo giorno: dagli stessi ragazzi c'è sempre qualcosa da imparare per restare al passo con i tempi e aggiornarsi. L'impegno deve essere sempre massimo per riuscire a raggiungere traguardi di alto livello anche in questa nuova veste».


