La Voce Grossa di…Sabino Del Latte(intervista): «Credibilità, etica e creatività…Con il nostro “Stile Canosa” raccontiamo la squadra per affermare l'orgoglio canosino»
Nicola Ricchitelli - Nel calcio moderno, e in particolare nei campionati regionali come l'Eccellenza, la differenza non si fa soltanto sul rettangolo di gioco, ma anche e soprattutto fuori dal campo. Tra narrazione dell'identità locale, strategie social da milioni di visualizzazioni e campagne acquisti pensate come veri e propri format cinematografici, la comunicazione sportiva si è evoluta in una professione a 360 gradi.
A guidare questa trasformazione per il Canosa Calcio c'è Sabino Del Latte, addetto stampa e responsabile della comunicazione del club rossoblù. Insieme al socio Damiano Fuggetto e con la visione del presidente Alessandro Di Nunno, Del Latte ha dato vita a uno "Stile Canosa" capace di intrecciare la passione per i colori sociali con la storia archeologica e le tradizioni della "Piccola Roma". In questa intervista ci racconta cosa significa fare informazione e marketing nel calcio dilettantistico, il confine sottile tra professionismo e tifo, e il segreto per coinvolgere un'intera comunità attraverso il potere dello storytelling.
Che significa per te comunicare i colori e gli ideali del Canosa Calcio?
«È una responsabilità e, al contempo, grande emozione. È un modo per affermare l’orgoglio di essere canosini. Dal momento in cui abbiamo dato inizio a questo progetto comunicativo, io e il mio socio Damiano Fuggetto abbiamo unito in un connubio unico passione, creatività e impegno. Siamo soddisfatti dei risultati raggiunti e i numeri ci danno ragione. Cerchiamo costantemente di migliorarci e crescere, raggiunto un obiettivo ce ne poniamo subito uno nuovo. Il presidente Alessandro Di Nunno tiene molto alla comunicazione e al marketing, noi di conseguenza abbiamo attuato un’idea generale di club che tiene in considerazione anche ciò che accade fuori dal rettangolo verde. Vogliamo continuare a crescere e a dare visibilità ad una città come Canosa che, seppur più piccola rispetto ad altre, ha tanto da raccontare. È per questo che abbiamo inteso dare un’identità ben precisa al nostro progetto comunicativo, valorizzando e dando lustro alla “Piccola Roma” così denominata per via delle sue immense ricchezze archeologiche. Basti pensare alla campagna acquisti estiva: gran parte dei giocatori è stato presentato creando un copione, una narrazione che potesse ricondurre alla storia della città, alle sue abitudini, alla sua tradizione enogastronomica».
In che modo concretizzate questa narrazione e il legame con la città nella vostra comunicazione quotidiana?
«Penso al “Gladiatore” Riccardo Lattanzio, allo “Scoop” di Matteo Di Piazza, alla rivisitazione di “Benvenuti al Sud” di Julen Bernaola, a Vito “Zorro” Lavopa nel sito archeologico di Pietra Caduta. Sono solo alcuni esempi del nostro lavoro quotidiano. Il tifoso o il semplice cittadino deve sentirsi coinvolto dalla squadra della propria città. In fondo, è pur sempre il nostro “Piccolo Grande Amore” colonna sonora del Canosa Calcio che i tifosi hanno ormai imparato a memoria e che noi del team comunicazione abbiamo impersonificato nel glorioso “Grifone”».
Quando si lavora per la squadra della propria terra come si scinde il ruolo professionale dalla passione personale?
R: «É una questione di etica professionale. Ognuno interpreta il ruolo a modo suo, per me essere giornalista e comunicatore vuol dire mettere da parte il cuore e la propria fede, analizzando ciò che succede nel rettangolo di gioco in maniera obiettiva. É anche una questione di credibilità e immagine che offri a chi ti osserva dall’esterno. Penso che la nuova sfida per chi gestisce comunicativamente squadre di calcio sia comunicare non solo quando si vince, ma anche quando si perde. I risultati si raggiungono con competenza e passione, che impieghiamo a 360 gradi nei nostri contenuti social. Li penso emerga in maniera evidente, sul versante prettamente giornalistico la musica cambia. E penso che sia giusto così».
Come si trasforma una partita di Eccellenza in un evento che interessa anche a chi della squadra della propria città non importa nulla e soprattutto come siete riusciti nel tempo attraverso la comunicazione ad avvicinare più persona al progetto Canosa calcio?
R: «Ricordo ancora quando tutto ebbe inizio. Partimmo da zero, non è stato facile. Ma sai, si dice spesso che riesci a trasformare la tua passione in lavoro, non lavorerai mai. Sicuramente se la squadra vince e gioca bene, noi possiamo spingere e ingegnarci. I giocatori disputano la propria partita in campo, io e il socio Damiano Fuggetto ne giochiamo un’altra fuori dal campo. Attirare attenzione di tifosi e addetti ai lavori passa da un’attenta analisi, dialogo, confronto, valutazione minuziosa di idee e dei suoi effetti. E ovviamente occorre conoscere bene la città, la storia della squadra, semplici peculiarità che poi diventano trasversali, dandoti l’opportunità di osare quando necessario. Cerchiamo di far emozionare i nostri tifosi, di strapparli un sorriso, ma sempre con quello stile che ci ha contraddistinto e continuerà a contraddistinguerci in futuro».
Qual è il mito da sfatare sul lavoro dell'addetto stampa nelle categorie minori che perfino gli addetti ai lavori continuano a fraintendere?
R: «Penso che ormai la figura del “classico” addetto stampa non esista più. Rappresenta la base, ma poi bisogna andare oltre. Occorre aggiornarsi continuamente, stimolare la mente, ormai il giornalista o addetto stampa deve essere al passo coi social. Non basta più il semplice articolo post-partita, la conferenza stampa, il pre-match, noi guardiamo al futuro senza dimenticare le buone abitudini del passato. La comunicazione deve coinvolgere, non annoiare».
C'è competizione tra i comunicatori delle squadre dello stesso girone? Vi rubate le idee sulle rubriche social o c'è solidarietà tra colleghi che condividono la stessa trincea?
R: «Francamente noi non abbiamo mai guardato gli altri. Abbiamo sempre camminato con le nostre gambe. L’originalità è necessaria, se ti viene riconosciuta per noi il più grande successo che possiamo mai ottenere. E devo dire che è accaduto spesso. Ne andiamo fieri, perché dietro c’è tanto lavoro, cura dei dettagli, ore di chiamate, migliaia di messaggi. Insomma, abbiamo cercato di alzare il livello. Ottenere mensilmente milioni di visualizzazioni vuol dire che siamo sulla giusta strada. Devo dirti che in molti ci hanno attenzionato a livello di contenuti. Ma sinceramente ci fa piacere, vuol dire che lavoriamo bene quindi ben venga. Non può che farci piacere il fatto che altre squadre, anche di categorie superiori, guardino al Canosa Calcio».
Se dovessi descrivere lo "stile Canosa" in una sola immagine o in un singolo post social per un tifoso che non è mai stato al San Sabino, cosa sceglieresti?
R: «Sceglierei quanto realizzato in occasione del 76^ compleanno del Canosa Calcio lo scorso 15 dicembre. Due tifosi che all’interno dei resti del vecchio stadio “Sabino Marocchino” hanno ripercorso il passato proiettandosi al futuro. Un “viaggio”, con tanto di valigia in mano all’interno della nostra stazione, che ancora oggi continua sulle note di “Destinazione Paradiso” di Gianluca Grignani».
