La Voce Grossa di…Tiziana Schiavarelli(intervista): «Bello vedere la Puglia set cinematografico, ma noi attori pugliesi spesso siamo ancora relegati a ruoli minori»
Nicola Ricchitelli - Dire Tiziana Schiavarelli significa raccontare cinquant’anni di storia del teatro e della televisione pugliese, ma anche e soprattutto un modo unico di leggere la realtà. Dagli esordi d'avanguardia con l'Anonima G.R. al travolgente fenomeno di culto di Catene, fino ai set cinematografici e alle fiction nazionali, la sua carriera è un costante equilibrio tra comicità popolare e sensibilità drammatica. In questa intervista, l'attrice barese si racconta a cuore aperto: il rapporto profondo e indipendente con Dante Marmone, il rispetto rigoroso per i temi sociali e religiosi, e quella capacità rara di far ridere e riflettere senza mai cadere nella macchietta.
Aver dato voce per anni al folklore e alla comicità popolare ha mai rischiato di far passare in secondo piano la Tiziana attrice drammatica?
R: «Ci tengo a sottolineare un particolare che ha contraddistinto me e l’Anonima G.R. sin dagli esordi. Il nostro, nasce come teatro comico popolare, ma per i temi che all’epoca ci premeva affrontare, quali la disoccupazione, la condizione femminile nell’ambito lavorativo e familiare e i cambiamenti sociali, credo siamo andati oltre il folklore puntando invece su una satira di costume. E quella nostra comicità (ritengo mai fine a se stessa) ci ha permesso di veicolare temi drammatici e comportamenti umani con un linguaggio più accessibile e più facilmente riconoscibile. E allora, da sempre il mio lato drammatico si fonde con quello comico. Ho interpretato, alcune volte, ruoli esclusivamente drammatici e sono stata felice quando ho capito di aver toccato il cuore della gente. Dirò di più, in una serie tv che andrà in onda a breve su Rai Uno, ho fatto uscire qualche lacrimuccia anche sul set».
Dopo cinquant'anni di vita e palcoscenico con Dante Marmone, come si protegge la propria indipendenza artistica senza diventare l'uno l'eco dell'altra?
R: «Io e Dante, siamo legati profondamente nel lavoro e nella vita e nonostante i tanti tumulti su entrambi i fronti, continuiamo ad avere un’intesa di ferro! Comunque abbiamo una totale indipendenza sia nelle scelte artistiche che nella vita di coppia. Oltre alle varie partecipazioni cinematografiche e televisive, anche in teatro abbiamo avuto e avremo esperienze che non ci vedranno uno a fianco all’altra».
La Puglia è passata dall'essere periferia culturale a set cinematografico perenne: questo boom glamour sta arricchendo la vostra identità o rischia di snaturarla?
R: «Se parliamo di set cinematografici in quanto tali, trovo che fosse finalmente ora che ci si accorgesse di quanta bellezza la Puglia possa offrire sia in termini di paesaggistica che nell’alta qualità artistica presente sul nostro territorio. Anche se spesso, succede ancora che noi attori pugliesi siamo spesso relegati a ruoli minori e comunque da caratteristi. Se invece parliamo di set perenni riferiti al boom del turismo, lì si apre un capitolo molto più complesso che recentemente è stato ampiamente discusso sulle pagine dei nostri quotidiani. Per me è bellissimo vedere le città piene di turisti, l’importante è che gli abitanti però non si ritrovino a dormire all’addiaccio!!».
Dire Tiziana Schiavarelli significa di dire “Catene”: quando vi siete accorti che i Catacchio erano diventati dei veri e propri eroi di culto?
R: «Spero che dire Tiziana Schiavarelli significhi anche altro, ma Catene ci ha reso molto più identificabili. Ci accorgemmo del suo successo già dopo la prima messa in onda, quando il Patron di Telenorba scese negli studi dove stavamo registrando una nuova puntata, applaudendoci con un sorriso a trentadue denti per annunciarci che avevamo fatto il botto. Poi quello che è successo dopo ha qualcosa di incredibile!».
Come si fa a far ridere di temi pesanti come la disoccupazione o la miseria senza mai risultare irrispettosi?
R: «A volte il pubblico pensa che sulla scena usiamo improvvisare, pensa che il più delle volte andiamo “a braccio”. Non è proprio così. Tutto ciò che facciamo è frutto di uno studio attento e approfondito. Non è facile evitare di essere lesivi verso la suscettibilità di qualcuno. Anche se la nostra è spesso una satira graffiante, non risulta mai offensiva. Proprio in questi giorni sto allestendo uno spettacolo dedicato a San Francesco d’Assisi, voluto dall’Ordine dei Frati Minori di Puglia e Molise, per gli ottocento anni dalla sua morte. Hanno voluto che lo scrivessi e dirigessi io, per avere una versione comica della vita di San Francesco. Qui sono stata particolarmente attenta a non risultare irrispettosa! Lo vedrete in teatro a novembre…».
Se la famiglia Catacchio vivesse nell'era di TikTok e dei social, come affronterebbe la modernità?
R: «Sono passati più di vent’anni dall’ultima stagione di Catene e in vent’anni la società si è trasformata alla velocità della luce. Oggi sarebbe molto divertente cimentarsi in una versione nuova nel costume e nel linguaggio. C’è da dire però che anche i personaggi avrebbero vent’anni in più…».
Catene ha mai ricevuto critiche da chi vi accusava di mostrare una Bari troppo caricaturale o degradata?
R: «No, perché l’abbiamo rappresentata con una comicità surreale. E non abbiamo mai messo in ridicolo la nostra città».
Perché a un certo punto avete deciso di chiudere l'esperienza di Catene, invece di tirarla per le lunghe come fanno molte serie di successo?
R: «Semplicemente perché volevamo fare altro. Adesso, a distanza di molti anni, stiamo per buttarci in una nuova avventura televisiva che mi auguro possa avere i risultati di quella bellissima esperienza».
Se ti proponessero un film o una reunion speciale di Catene per il pubblico di oggi, accetteresti subito o preferisci lasciarla come un ricordo intatto?
R: «Preferisco lasciarla come ricordo, anche se viene ancora trasmessa ogni giorno!».
Siete nati come "Gruppo Ricerca" e diventati un fenomeno di massa. Cos'ha perso e cosa ha guadagnato la vostra comicità quando è diventata popolare?
R: «Negli anni abbiamo macinato tanta storia e ci abbiamo guadagnato in esperienza. La popolarità per fortuna, ci ha fatto solo bene».
Passare dal controllo totale del teatro autoprodotto ai ritmi rigidi di una fiction nazionale qual è il compromesso più difficile da accettare?
R: «Non si tratta di accettare dei compromessi. Quando produciamo i nostri spettacoli siamo liberi di fare le nostre scelte artistiche. Quando siamo scritturati nelle fiction, accettiamo le sceneggiature di altri autori. Ma anche in quel caso io ci metto sempre del mio, aggiungo o cambio interi dialoghi che vengono puntualmente accettati dalla regia. E sono soddisfazioni!».
C'è un testo o un personaggio della tua carriera che senti non sia stato compreso fino in fondo e che oggi interpreteresti in modo completamente diverso?
R: «Quando mettemmo in scena “I Fisici” di Friedrich Dürrenmatt il pubblico barese non lo prese benissimo perché non aveva quella comicità dirompente che si aspettava da noi, stessa cosa accadde per “I Karamazov” che fu presentato al Petruzzelli. Gli attori comici che si cimentano nel drammatico, sulle prime, vengono accolti con diffidenza. Però poi gli apprezzamenti arrivano. I miei personaggi teatrali e televisivi li ho sempre amati molto, ma se li reinterpreto a distanza di anni, non mi piace lasciarli ibernati. Lascio che ogni vita abbia la sua evoluzione!».


