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La Voce Grossa di…Franco Zotti(intervista): «Lenglet fu snobbato in Italia prima del Barcellona. Su Cassano mi bastarono dieci minuti…la sua famiglia è stata un esempio…»



Nicola Ricchitelli - Un quarto di secolo passato a macinare chilometri sui campi di periferia, a scorgere il talento dove gli altri vedono solo un pallone che rotola, a fare da scudo e guida per i ragazzi che sognano i grandi palcoscenici. Dai primi passi mossi nei Fedelissimi Barletta e nella Berretti della Fidelis Andria, fino alle intuizioni internazionali che portano nomi altisonanti come Clément Lenglet o la scoperta di Claudio Cassano, Franco Zotti rappresenta una delle figure più genuine e appassionate del panorama calcistico locale e del lavoro di scouting giovanile.

In questa intervista ci apre le porte del suo mondo: tra la spietata realtà del calcio moderno, il peso e le interferenze delle famiglie a bordo campo, l'importanza fondamentale di strutture e valori umani, fino ai nuovi giovani talenti su cui scommettere per il futuro. Una chiacchierata senza filtri, con la schiettezza e la fame di chi il pallone lo vive da sempre con il cuore.

Come nasce la passione per la procura sportiva e quali sono stati i primi passi fondamentali per affermarsi in questo settore?
R: «Il calcio è la mia passione fin da bambino. Sono cresciuto nei Fedelissimi Barletta, storicamente uno dei club giovanili più importanti del territorio, una vera e propria fucina di talenti dove sono emersi calciatori arrivati poi a livelli altissimi, come Angelo De Ruggiero e Pietro Parente, solo per citarne alcuni. Il mio percorso da giocatore si è fermato alla Berretti della Fidelis Andria, ma la passione non si è mai spenta, ha solo cambiato forma».

Arriva quindi il passaggio dall’altra parte della barricata, lavorando nel tutoring e nello scouting dei giovani. Come sono stati i primi passi?
R: «Ho iniziato venticinque anni fa muovendo i primi passi nel campo della procura e delle segnalazioni. Ricordo le prime collaborazioni con il Casarano, dove c’era Pantaleo Corvino come direttore, e con il Bari. Da lì, insieme a qualche amico, abbiamo iniziato a girare per scoprire talenti importanti. Siamo stati persino al centro di formazione del Paris Saint-Germain: c’era una qualità incredibile. In quel periodo abbiamo segnalato diversi calciatori di grande prospettiva a molti club italiani, ma in patria nessuno ci ha creduto fino in fondo».


A proposito di occasioni perse dal calcio italiano, c’è un nome eclatante diventato poi protagonista a livello internazionale...
R: L’esempio più eclatante è senza dubbio Clément Lenglet. Lo scoprii e lo proposi a diversi club italiani, ma non rimediammo altro che porte chiuse e scetticismo. Poi sappiamo com’è andata a finire: è passato al Barcellona ed è arrivato ai vertici del calcio europeo. È la dimostrazione di come spesso all’estero ci sia un piglio diverso nel credere nei giovani».

Tra le tue intuizioni più felici c’è anche quella su Claudio Cassano. Come andò quella scoperta?
R: Circa 12 o 13 anni fa, grazie alla segnalazione del mio amico mister Angelo De Ruggiero, andai a vedere questo ragazzino, Claudio Cassano. Mi sono bastati dieci minuti: l’ho guardato e ho detto subito "Questo è un fenomeno". Aveva un modo di toccare palla e una visione di gioco fuori dal comune».

C’è un dettaglio di quella giornata che ti è rimasto impresso e che si collega a una tua riflessione sul calcio giovanile di oggi?
R: Quel giorno a bordo campo non c’erano neanche i genitori. Un’immagine che oggi sembra appartenere a un’altra era. Adesso sui campi giovanili vedi genitori ovunque: gridano, fanno gli allenatori dalla tribuna, pretendono di gestire le carriere e per ognuno di loro il proprio figlio è già un fenomeno pronto per la Serie A. È la realtà amara del calcio giovanile odierno, un ambiente spesso imbrigliato dalle troppe pressioni esterne, ben lontano da quella genuinità che ci permetteva di scoprire i campioni con dieci minuti di osservazione e tanta passione pura».

In un calcio in rapida evoluzione, come si è trasformata la figura del procuratore rispetto al passato e quanto incide il lavoro educativo e psicologico fuori dal campo?
R: «Quando un procuratore scopre un talento, la prima cosa che deve fare è essere uno scudo per il ragazzo, comportandosi a tutti gli effetti come un fratello maggiore. La strada per arrivare non ha segreti: testa bassa, allenamenti, studio, umiltà, cattiveria in campo ed educazione alimentare. Il procuratore può dare una mano, ma alla fine il calciatore lo fanno le sue gambe, i suoi sacrifici e il suo sudore. E non bisogna mai dimenticare che, per fare strada, anche la frequentazione di persone per bene e sane fuori dal campo è fondamentale».

Come si gestiscono le pressioni e le aspettative dei ragazzi (e delle rispettive famiglie) nel passaggio cruciale dai settori giovanili ai campionati dei "grandi"?
R: «In questo mondo servono regole chiare: i genitori devono fare i genitori, lasciando i ragazzi liberi e senza pressioni inutili. Oggi c'è troppa ansia e troppi "fenomeni" inventati a casa; per i ragazzi il calcio deve essere prima di tutto divertimento. I veri talenti di prospettiva sono pochi, e quando arrivano in un settore giovanile importante è il procuratore a fare le sue veci, mentre la famiglia deve restare fuori. Sentire genitori che urlano da fuori campo dicendo come marcare è profondamente sbagliato: in panchina c'è il mister, e quello basta e avanza».

Che valore formativo attribuisce alle esperienze in Serie C o Serie D per la maturazione di un giovane talento rispetto al calcio primavera?
R: «È fondamentale. Arrivare con il dovuto anticipo in Serie D o in Serie C ti cambia: ti formi, impari il mestiere, diventi più cattivo agonisticamente perché l'intensità e i ritmi sono totalmente diversi. Però bisogna essere realistici: non tutti ci arrivano, è un percorso durissimo e selettivo».

Qual è l'aspetto più complesso da gestire durante una sessione di calciomercato quando si negozia il passaggio di un proprio assistito?
R: «Dipende molto dai casi e dalle reali esigenze dell'assistito. Se ti fidi del tuo procuratore, devi seguire quel percorso; poi c'è chi ti ascolta e chi invece vuole la luna fin da subito. Ma non è così: non tutti sono Yamal o Mbappé! Tutto dipende da quanto bene hai fatto in una stagione, ed è un meccanismo complesso. Però, come dicevo prima, il calciatore lo fa con le sue gambe: se fai bene ti chiamano in mille, mentre se fai male ti tocca rimboccarti le maniche e sbatterti per trovare la collocazione giusta da cui ripartire».

Quanto conta la valorizzazione delle risorse locali e del calcio del Sud Italia nel panorama nazionale contemporaneo?
R: «Diciamo che qui al Sud, prima di tutto, ci vorrebbero le strutture, che purtroppo non abbiamo se paragonate al Nord Italia e al resto d'Europa. È un gap enorme. Però, se si lavora bene e si mettono in campo mister e persone competenti, i campioncini ci sono eccome. La materia prima non manca. Però devono avere una cosa fondamentale: la fame. Devono averla sempre, anche quando arrivano in cima alla montagna e sembrano essere arrivati. Quella non deve mancare mai».

Guardando ai giovani seguiti da vicino (come ad esempio il percorso fatto da Claudio Cassano), quali sono stati i momenti chiave che ne hanno segnato il salto di qualità?
R: «Come dicevo prima, la prima volta che l'ho visto sono rimasto letteralmente impressionato. Era un ragazzino silenzioso, non diceva una parola, ma in campo faceva cose fuori dal comune. Ma c'è un altro aspetto fondamentale in questo percorso: la famiglia. I suoi genitori sono stati un esempio straordinario. Pensa che il papà, fino al trasferimento alla Roma, non è mai venuto a vedere una partita qui a Barletta; ogni tanto si faceva viva la mamma Rosa, ma sempre senza la minima pressione e senza dire mai una parola fuori posto. Forse sono una famiglia su un milione, e questa serenità ha contato quanto le qualità tecniche di Claudio. Abbiamo fatto una lunga gavetta e tantissimi provini: Juventus, Verona, Lazio, Roma, Entella, Sampdoria. Ogni volta c'era sempre qualcosa che per loro non andava bene. Poi, in estate, il direttore sportivo del Bisceglie mi disse: "Ti fidi di me?". E lo portò con sé nell'Under 15 professionistica. Quell'anno facemmo una stagione pazzesca, arrivando in finale scudetto contro il Cesena di ragazzi come Casadei e Fazzini, che oggi giocano in Serie A. Claudio chiuse quell'annata con 30 gol e 30 assist. Finita la stagione c'era la fila di squadre di Serie A: naturalmente ha scelto la Roma, dove ha fatto un percorso importante da protagonista, arrivando a vestire anche la maglia della Nazionale Under 20 e togliendosi la soddisfazione di segnare in azzurro.

Quali sono i prossimi obiettivi della tua attività e quali trasformazioni ti aspetti nel mondo delle procure sportive a breve termine?
R: «Al momento abbiamo diversi giovani davvero interessanti. Grazie alla collaborazione con un partner al Nord, stiamo seguendo da vicino Angelo Gobbo, un attaccante classe 2010 in forza alla Fiorentina: un ragazzo di grande prospettiva, figlio di un papà barlettano che lavora a Firenze. Inoltre, tra le piazze di Barletta, Bari e Lecce abbiamo diversi altri profili sotto la nostra lente d'ingrandimento. Al di là del ruolo di agenzia, mi piace sottolineare che per questi ragazzi siamo dei veri e propri protettori. Il sogno per loro — e naturalmente anche per noi — è quello di vederli un giorno calcare i prati della Serie A o magari palcoscenici internazionali ancora più prestigiosi. Per questo ci stiamo strutturando sempre di più, stringendo sinergie con professionisti importanti sia al Nord che all'estero, con la solita speranza di scoprire e valorizzare i campioni di domani».

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