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La Voce Grossa di…Carlos Zago(intervista): «Lo sputo a Simeone? Un errore che non avrei mai dovuto commettere…»



Nicola Ricchitelli - Difensore elegante ma dai modi spicci, leader silenzioso e vincente nato: Antonio Carlos Zago ha legato a doppio filo la sua storia al calcio italiano, lasciando un segno indelebile soprattutto nella Capitale, dove è stato tra i protagonisti assoluti dello scudetto della Roma nel 2001. Oggi, dopo aver intrapreso con successo la carriera da allenatore che lo ha visto guidare la Nazionale boliviana e confrontarsi con realtà emergenti come quella giapponese, l'ex centrale giallorosso si racconta a cuore aperto. In questa intervista esclusiva, Zago ripercorre le tappe fondamentali della sua vita sportiva: dagli insegnamenti del maestro Telê Santana all'evoluzione tattica vissuta con Zeman e Capello, passando per i trionfi con il Brasile, i retroscena dello spogliatoio condiviso con Francesco Totti, fino alle sue ambizioni future che guardano, ancora una volta, verso l'Europa.

Al San Paolo hai vinto la Libertadores con il mito Telê Santana: qual è l'insegnamento più grande che ti ha lasciato?
R: «Telê Santana è stato per me un grandissimo maestro, un allenatore che mi ha insegnato tantissimo. Aveva una pazienza infinita con i giovani e lavorava instancabilmente con loro per migliorarli sotto ogni aspetto, soprattutto quello tecnico. Ancora oggi lo considero in assoluto il miglior allenatore che io abbia mai avuto in tutta la mia carriera. D'altronde, ha segnato un'epoca indelebile alla guida del San Paolo: vincere due Coppe Libertadores consecutive e due Coppe Intercontinentali è un'impresa straordinaria. È una figura leggendaria che rimarrà per sempre nella storia del club».

Nel 1999 hai vinto la Copa América con Ronaldo e Rivaldo: che emozione è stata trionfare con quella Nazionale?
R: «Trionfare con quella Nazionale è stata un'emozione unica. Non si è trattato solo della Copa América, ma di tutto il percorso: tra amichevoli e qualificazioni per i Mondiali del 2002, abbiamo vissuto tre anni e mezzo sempre ai massimi livelli. Ho avuto il privilegio di giocare al fianco di un Rivaldo in uno stato di forma strepitoso e di un Ronaldo devastante. In quella Copa América, inoltre, ci fu l'esordio di Ronaldinho. Avevamo una squadra che in quel momento storico consideravo la migliore in assoluto. Quel ciclo straordinario è culminato poi con la vittoria del campionato del mondo nel 2002: quella Copa América è stata a tutti gli effetti l'inizio della Nazionale che avrebbe conquistato il titolo mondiale».

A Roma hai lavorato con Zeman e Capello: come è cambiata la tua visione del calcio con due maestri così opposti?
R: ««Il mio arrivo in Italia mi ha cambiato tantissimo, soprattutto perché ho avuto la fortuna di imparare da due grandi allenatori come Zdeněk Zeman e Fabio Capello. Zeman era un tecnico che lavorava moltissimo sulla tattica della squadra; proponeva un calcio estremamente offensivo, a volte persino troppo, ma è un allenatore che mi ha trasmesso concetti straordinari proprio per la fase d'attacco. Capello, invece, era una sorta di "sergente di ferro". A lui piaceva far valere la propria autorità ed esercitare una leadership forte all'interno dello spogliatoio. Devo dire che ho imparato davvero tantissimo da entrambi, ognuno a modo suo».


Al tuo arrivo ti misero in camera con un giovane Francesco Totti: che rapporto si è creato tra voi?
R: ««Con Francesco Totti ho costruito un rapporto strettissimo, che dura ancora oggi. Quando sono arrivato alla Roma, inizialmente mi misero in camera con lui. Poco dopo, però, chiesi di cambiare stanza per un motivo piuttosto curioso: Francesco parlava nel sonno, era quasi sonnambulo! Di notte iniziava a chiacchierare e a volte non riuscivo a riposare come avrei dovuto per essere pronto per le partite. Al di là di questo simpatico aneddoto, il nostro legame è rimasto fortissimo nel tempo. Di recente ha scritto un libro e gli ho mandato un messaggio per dirgli che ne desidero assolutamente una copia come regalo di Natale. A dicembre, infatti, sarò a Roma e ci incontreremo sicuramente per riabbracciarci».

Con Aldair e Samuel hai formato una difesa leggendaria: qual era il segreto della vostra intesa nello Scudetto 2001?
R: ««Il mister è stato molto bravo a capire la situazione. Quando è arrivato Walter Samuel, lo ha schierato come braccetto di sinistra della difesa. Quando non giocava Aldair, io mi spostavo a destra. Io e Aldair, dal punto di vista tecnico, avevamo qualcosa in più: eravamo diversi rispetto agli altri difensori perché avevamo la facilità di uscire palla al piede, creando superiorità numerica a centrocampo. Il merito dell'allenatore è stato proprio questo: trovare la posizione ideale per far coesistere noi tre. Lì dietro, Samuel garantiva una copertura impeccabile. Aveva un grandissimo senso della posizione ed era fortissimo nel gioco aereo. Eravamo un terzetto che si completava alla perfezione.»


I tifosi ti ricordano per la tua incredibile grinta e il carattere fumantino: c'è un episodio del campo che non rifaresti?
R: «Grinta e tecnica no? Saper stare in campo ha contraddistinto l'intera mia carriera: ovunque io abbia giocato – in Brasile, in Italia o in Turchia – i tifosi mi ricordano proprio per la mia determinazione. Sono sempre stato un calciatore capace di dare tutto per la maglia, lasciando il cuore sul terreno di gioco. Certamente, nel corso degli anni, è capitato anche a me di commettere degli errori. Il più grande rimpianto è senza dubbio l'episodio dello sputo a Simeone. Fu un gesto impulsivo, nato dall'agonismo del momento, così come lo fu la gomitata. In campo ero un giocatore estremamente focoso, ma quello con Simeone resta un errore che non avrei mai dovuto commettere. Consapevole che si sia trattato di un brutto gesto, purtroppo, alla fine è successo».

Quando hai deciso di passare dal campo alla panchina, qual è stata la difficoltà più grande nel cambiare ruolo?
R: «Penso che la difficoltà più grande per un allenatore sia la gestione del gruppo. Proprio per questo motivo ho frequentato diversi corsi di formazione in Italia, in Brasile e in Inghilterra; nel tempo mi sono preparato al meglio per affrontare questa carriera che mi appassiona tantissimo. C'è una differenza enorme rispetto a quando scendevo in campo: da calciatore dipendi solo da te stesso, mentre da allenatore ti trovi a gestire un gruppo di cinquanta persone. Devi entrare nella testa di ogni singolo giocatore e, soprattutto, saper gestire e accontentare chi trova meno spazio. Mi sono applicato e preparato moltissimo su questo aspetto e penso di aver raggiunto un livello tale da meritare una chance. Sto lavorando intensamente proprio con questo obiettivo: ottenere un'opportunità per allenare in Europa.»


Hai allenato in Brasile e in Giappone con i Kashima Antlers: quanto sono diverse queste due filosofie di calcio?
R: «Rispetto a quando giocavo io, il calcio in Giappone ha fatto passi da gigante. Ho militato nel campionato giapponese per due anni in un'epoca in cui il movimento calcistico locale era ancora emergente. Quando ci sono ritornato di recente nelle vesti di allenatore, ho trovato una realtà completamente trasformata: i giapponesi sono diventati dei professionisti straordinari e oggi dispongono di strutture all'avanguardia impressionanti. Ormai moltissimi dei loro calciatori giocano stabilmente nei massimi campionati europei, riducendo drasticamente il divario con le grandi potenze storiche. Certamente il Brasile continua a "fabbricare" un volume maggiore di talenti, ma il Giappone è cresciuto a dismisura sotto ogni punto di vista. È un Paese che mi affascina profondamente e, se in futuro si presentasse l'occasione di tornarci a lavorare, accetterei di corsa».

Di recente hai guidato la Nazionale della Bolivia: com'è stato affrontare le qualificazioni mondiali più dure del pianeta?
R: «Sì, sono stato alla guida e leader della Nazionale e, purtroppo, non abbiamo raggiunto l'obiettivo principale, che era la qualificazione ai Mondiali. Nonostante questo, credo sia stato fatto un ottimo lavoro, soprattutto perché siamo riusciti a rinnovare e ringiovanire profondamente la squadra. È stato un percorso stimolante: basti pensare che al mio arrivo solo cinque o sei calciatori militavano all'estero, mentre oggi sono ben ventidue. Questo dimostra che siamo riusciti ad attirare l'attenzione dei campionati stranieri sul calcio boliviano. Ora il mio percorso continua lontano dalla Nazionale, sulla panchina del The Strongest, ma la mia filosofia non cambia: la priorità resta quella di far crescere i giovani talenti. È sempre stato un punto fermo della mia carriera e lo sarà anche in questa nuova avventura».

Hai sempre detto che a Roma ti senti a casa: allenare in Serie A è ancora il tuo grande sogno nel cassetto?
R: «Per me sarebbe un sogno e un'opportunità unica poter allenare in Italia. Ho trascorso diversi anni nel vostro Paese tra la prima esperienza e il mio ritorno successivo, e continuo a seguire costantemente e con grande attenzione il campionato italiano. A volte vedo che in Italia vengono scelti tecnici stranieri che finiscono per girare tre o quattro squadre diverse, venendo regolarmente esonerati dopo appena due o tre mesi; e lo dico senza voler parlar male di nessuno. Io, d'altra parte, sento di avere una storia vera e profonda con il calcio italiano. Per questo motivo spero che prima o poi mi venga concessa una chance. In questa mia nuova carriera da tecnico, il mio grande desiderio è proprio quello di allenare in Italia, per potermi confrontare con grandi allenatori in un Paese che amo profondamente».

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