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La Voce Grossa di…Carlo Vicedomini(intervista): «Finsi l'idoneità pur di giocare, il campo è stato la mia cura: ora sogno la Serie A da allenatore»


Nicola Ricchitelli - Ci sono storie nel calcio che superano i novanta minuti di gioco e raccontano l'essenza stessa della vita. Quella di Carlo Vicedomini è una di queste. Centrocampista di razza, cresciuto nel settore giovanile del Lecce ai tempi dei "fenomeni" Vucinic e Bojinov, Vicedomini ha macinato chilometri, sudore e trofei sui campi caldi di C e D, lasciando un segno indelebile in piazze storiche come Taranto, Barletta, Cerignola e Nardò. Ma la sua vittoria più grande l'ha conquistata fuori dal rettangolo verde, quando nel 2014 ha sconfitto un grave problema di salute per poi tornare a ruggire con un caschetto in testa e la stessa identica fame di sempre.

Partiamo subito dall'addio al calcio giocato dato qualche giorno fa. Come è nata questa scelta, da quanto tempo la ponderavi e come vive questo momento un calciatore con la tua carriera alle spalle?
R: «Sicuramente è stato un passaggio difficile, perché quando fai questo sport di mestiere entri in una sorta di "bolla" ed è dura uscirne. La decisione è arrivata perché mi si è presentata l'occasione di iniziare un percorso da collaboratore tecnico. Siccome il mio obiettivo futuro è quello di allenare, non potevo rifiutare, soprattutto perché significa tornare tra i professionisti al fianco di Mister Ginestra, che ringrazio pubblicamente. Certo, fa un po' male, ma il fatto di stare ancora ogni giorno sul campo non mi sta facendo sentire troppo lo stacco».

Dal campo sei passato alla panchina in pochissimo tempo. Quali sono le prime differenze che hai avvertito nel vivere il calcio "dall'altra parte della barricata"?
R: «È un mondo totalmente diverso. Fino a qualche settimana fa stavo ancora giocando in Promozione vicino casa, a Trepuzzi; tre giorni dopo mi sono ritrovato dall'altra parte. Mister Ginestra mi tiene molto in considerazione e mi fa lavorare tanto. La differenza più grande è nella gestione e nella cura dei dettagli: prima arrivavo per l'allenamento, adesso arriviamo alle otto di mattina e torniamo a casa alle nove di sera. Ora la nostra testa deve entrare nei piedi dei nostri 24-25 calciatori per trasmettere la nostra idea. Non vivi più lo spogliatoio come prima, che è la parte più bella per un giocatore. Una cosa però non cambia: la passione, la fame e la voglia di arrivare in alto.»

Nella tua carriera hai vissuto la Primavera del Lecce insieme a compagni come Bojinov e Vucinic, che poi hanno calcato i palcoscenici della Serie A, mentre tu hai dato un contributo fondamentale tra C e D. Qual è stata la differenza principale tra i loro percorsi e il tuo?
R: «La differenza sta nella qualità e anche nei ruoli. Ho avuto l'onore di giocare con grandi campioni. Ognuno ha il proprio destino: io magari potevo fare qualcosa in più o forse in meno, ma loro sono stati bravi a sfruttare al meglio le proprie occasioni. Va detto anche che la politica del Lecce è spesso stata orientata verso i giocatori stranieri, che a parità di livello potevano avere qualche vantaggio in più rispetto a chi era del posto. Ma parliamo di fenomeni veri come Vucinic, Bojinov o Ledesma, giocatori di altissimo livello».

Hai vissuto tanti spogliatoi importanti: Barletta, Cerignola, Nardò, Taranto e molti altri. C'è un dettaglio di questi contesti di provincia che in Serie A non si vive?
R: «Ho avuto la fortuna di vivere anche l'ambiente della Serie A a Lecce tra aggregazioni e ritiri. Ti dico che dal punto di vista dello spogliatoio — scherzi, gruppo e risate — cambia pochissimo, anzi forse più sali di categoria più trovi umiltà. Quello che è cambiato negli anni, soprattutto scendendo nei dilettanti, è la percezione dei giovani: una volta entravi in spogliatoio ed eri intimidito dalla personalità di gente come Stovini o Tonetto. Oggi i ragazzi a volte si sentono già arrivati solo per una foto sui social, manca un po' lo status di rispetto che c'era una volta».


Hai vestito per due stagioni la maglia del Taranto, storicamente rivale del Lecce. Come si vince la diffidenza di una piazza del genere senza rinnegare le proprie radici?
R: «Credo che quando vai in una piazza e dai tutto in campo con rispetto, la gente te lo riconosce sempre. A Taranto ho vissuto due anni stupendi dal punto di vista affettivo e morale, e ancora oggi i tifosi mi dimostrano grande affetto. Se al campo e al sudore associ l'essere una persona per bene, la piazza lo apprezza, al di là dei derby e delle rivalità, sia a Taranto come a Barletta, Crotone o Pagani. Poi è chiaro, il Lecce ce l'ho nel sangue».

C'è un derby o una partita in particolare che ti ha fatto tremare le gambe o non ti ha fatto dormire la notte?
R: «Di partite vissute con tensione ce ne sono tantissime, persino l'ultima in Promozione o le gare che vivo oggi da collaboratore. Ma se devo citare un ricordo indelebile, dico la mia seconda partita in C1 a Marassi contro il Genoa, il 21 dicembre 2005. Giocavamo davanti a 20.000 persone contro uno squadrone retrocesso dalla B, arbitrava Orsato. Uno stadio pieno, un'emozione unica che racconto ancora oggi a mio figlio».

Nel 2014 un momento drammatico: un tumore alla testa mentre eri in Umbria. Hai mai avuto paura di non poter più tornare in campo?
R: «Il mio primo pensiero è andato subito alla famiglia e a mio figlio Edoardo. All'inizio è stata durissima, cercavo qualsiasi parola di speranza dal professor Castriotto che mi ha operato. Fortunatamente l'intervento è andato bene e ho evitato complicazioni gravi come la paralisi. Mi reputo semplicemente un uomo fortunato. Già a maggio, due mesi dopo l'operazione, ero in palestra a spingere. Il calcio e il campo mi hanno dato una forza incredibile per superare tutto».

Come è stato il rientro in campo dopo la malattia?
R: «Dopo l'operazione nei professionisti non mi voleva più nessuno, pensavano non fossi più lo stesso. Così ripartii dall'Eccellenza a Nardò. La prima gara fu un Nardò-Casarano di Coppa Italia: a dire il vero presi un po' in giro il direttore dicendo che avevo già l'idoneità medica pur di giocare, anche se la visita la feci solo il lunedì successivo! Per i primi due anni ho giocato con un caschetto protettivo, poi l'ho tolto».


In mezzo al campo, qual è stato il compagno con cui ti capivi a occhi chiusi? E l'avversario più difficile da affrontare?
R: «Un compagno speciale è stato Fabio Gatti, ex Napoli e Perugia: con lui bastava uno sguardo. Di avversari forti ne ho incontrati tanti, ma uno in particolare ti toglieva la tranquillità in campo: Alessandro Diamanti. Oltre a essere un fenomeno tecnicamente, ti stuzzicava continuamente di testa e di carattere; affrontarlo era una vera battaglia».

C'è una sconfitta che ti brucia ancora oggi?
R: «La retrocessione dalla C1 alla C2 con la Juve Stabia nella stagione 2008-2009. Avevamo una squadra forte che doveva puntare ai play-off, invece perse ai play-out contro il Lanciano. È una ferita che fa ancora male».

Possiamo dire che il tuo grande sogno nel cassetto è sedere un giorno sulla panchina del Lecce?
R: «I sogni son sogni, poi si vedrà se si materializzeranno o meno. Naturalmente il grande obiettivo è quello di arrivare ad allenare in Serie A, esattamente come quando da bambino sognavo di giocarci».

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