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La Voce Grossa di…Chico Ricchiuti(intervista): «Quel gol alla Juve? La gioia più grande è aver scritto una pagina di storia per il Rimini»



Nicola Ricchitelli - Dalla classe cristallina dei campi di Serie B e Serie C alla panchina, passando per un legame indissolubile con i colori e le piazze che lo hanno consacrato. Abbiamo incontrato Chico Ricchiuti per un viaggio a tutto tondo nel suo mondo: dal calcio romantico dei trequartisti di una volta alle battaglie sul campo, dai ricordi indelebili vissuti a Catania e Rimini fino a una profonda riflessione sulla vera essenza del mestiere di allenatore tra i dilettanti. Una chiacchierata schietta, senza filtri, che racconta l'uomo prima ancora del calciatore e del tecnico.

Ricchiuti, quanto manca al calcio moderno un trequartista classico con la tua libertà di inventare?
R: ««Quanto manca il trequartista al calcio italiano? Manca molto, però è vero anche che i fuoriclasse di una volta non ci sono più. Si è cercato di andare dietro a una moda senza capire che nel calcio non bisogna inseguire le mode, ma bisogna coltivare quello che l'Italia aveva coltivato in tantissimi anni, Perché andare dietro alle mode vuol dire snaturare il proprio gioco, snaturare i numeri dieci che hanno fatto sì che l'Italia fosse grande nel mondo».

Sei arrivato giovanissimo dall'Argentina: qual è stato lo scoglio più duro da superare all'inizio in Italia?
R: «Lo scoglio più grande? Senza dubbio l'impatto con la lingua. Dal punto di vista calcistico, invece, non ho incontrato particolari difficoltà: in campo parlavamo tutti lo stesso linguaggio, quello del pallone. Sono arrivato in Italia molto giovane e per me questo sport è sempre stato, prima di tutto, un grande divertimento».

Qual era il vero segreto del Rimini dei miracoli di Leonardo Acori?
R: «I principali pregi del mister? Risiedevano nella sua capacità di garantirci serenità e di interpretare al meglio lo stato d'animo di ogni singolo calciatore, proprio come compete a una guida tecnica. Del resto, nel calcio moderno l'allenatore deve essere prima di tutto uno psicologo, capace di entrare nella testa dei venticinque elementi della rosa e di comprenderne le diverse personalità, perché ognuno di noi ragiona con la propria sensibilità e diventa fondamentale saper decodificare questo aspetto».


Rimini-Juventus del 2006: cosa ti è rimasto dentro di quella giornata storica e del tuo gol?
R: «È stata una giornata storica e bellissima. Al di là del mio percorso personale, la cosa più gratificante è che questo momento resterà scritto per sempre nella storia del Rimini: ed è proprio questo ciò che conta di più».

A Rimini sei diventato un simbolo: quando hai capito che quel legame era ormai viscerale?
R: «Amavo questa città, quest'aria e la sua gente. I miei figli sono cresciuti qui e io ho vissuto momenti indimenticabili. Il calcio però è fatto anche di addii, ma una cosa è certa: non me ne andrò mai via e tiferò per sempre questa maglia, con grande orgoglio».


Perché hai scelto di rimettere gli scarpini in Serie D ed Eccellenza per i colori biancorossi?
R: «Ho scelto di chiudere la mia carriera qui perché devo molto a questa città: era giusto restituire tutto ciò che mi ha dato, in uno scambio reciproco di affetto e profonda gratitudine».

La Serie A è arrivata a 31 anni col Catania: hai mai pensato che fosse troppo tardi?
R: ««Non è mai troppo tardi. Questo traguardo è arrivato a trentun anni, un po' per colpa mia e un po' perché desideravo fortemente farlo qui a Rimini. Purtroppo alla fine non ci sono riuscito in quel momento, ma credo che non sia mai tardi per realizzare una cosa del genere: evidentemente il mio destino doveva compiersi così. Nonostante tutto, sono davvero felice di aver coronato il sogno che avevo fin da bambino, il sogno di chi comincia a tirare i primi calci a un pallone».

In quello spogliatoio rossazzurro pieno di argentini, che tipo di leader eri?
R: «Non mi consideravo il leader di quello spogliatoio, ma semplicemente una persona che ha cercato di farsi apprezzare sia dagli argentini che dagli italiani, e ancora oggi ne ricevo l'affetto. Ho sempre portato massimo rispetto a tutti, senza però mai farmi sottomettere da nessuno, e non lo farei mai. In realtà non c'era una sola figura di riferimento: eravamo tutti leader, ed è proprio questo il segreto che ha permesso al Catania di fare così bene in quegli anni».

A 39 anni hai giocato i preliminari di Champions con La Fiorita: cosa ti spingeva ancora in campo?
R: «Quella è stata una vera e propria realizzazione di un sogno. Conoscevo bene l'intera dirigenza della Fiorita e, quando mi fu proposto di disputare quella partita, accettai con immenso piacere. Ho splendidi ricordi sia del periodo alla Fiorita, dove abbiamo vinto tutto ciò che c'era da vincere, sia dell'esperienza al San Marino. È stata una partecipazione bellissima, tra Coppa UEFA e Champions League, ma soprattutto è nato uno scambio di profonda amicizia con la dirigenza della Fiorita, con cui ancora oggi ci sentiamo e a cui sono legatissimo».

Oggi da tecnico, qual è la cosa del calcio di oggi che fatichi di più ad accettare?
R: «Accetto ogni giudizio, ma allenare i dilettanti e guidare i professionisti sono due mondi completamente differenti. Un conto è lavorare con atleti a tempo pieno, un altro è gestire ragazzi che durante il giorno faticano sul lavoro e la sera arrivano al campo per allenarsi. In contesti come l'Eccellenza o le categorie inferiori, l'allenatore deve essere molto più di una guida tecnica: bisogna indossare i panni del padre, dell'amico, dello psicologo. Il vero allenatore emerge proprio lì, quando ti trovi di fronte ragazzi stanchi e pieni di problemi quotidiani, e non quando guidi dei professionisti che fanno solo questo di mestiere».

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