Header Ads

La Voce Grossa di..Francesco Della Rocca(intervista): «Il ritiro a 29 anni? Per la salute un sollievo, per la mente una ferita profonda»


Nicola Ricchitelli - Cresciuto con la maglia del Bologna addosso, Francesco Della Rocca ha vissuto il calcio a 360 gradi, affrontando con carisma e qualità i ritmi della Serie B e le atmosfere infuocate dei massimi templi della Serie A. Dalle notti magiche di San Siro e dell'Olimpico ai derby vissuti da protagonista con la Salernitana, la sua è stata una carriera intensa, interrotta prematuramente a soli 29 anni a causa di continui problemi fisici. Oggi, con la stessa determinazione che lo contraddistingueva in mezzo al campo, Della Rocca si racconta a cuore aperto: i ricordi legati ai suoi maestri in panchina, il dolore per un addio anticipato e il suo presente da osservatore per il Bologna, proiettato verso un futuro da dirigente.

Qual è il ricordo più vivido del tuo debutto in prima squadra con il Bologna, la squadra in cui sei cresciuto?
R: «Esordire davanti al nostro pubblico è stata un’emozione indescrivibile: era la prima giornata di campionato, lo stadio era gremito in ogni ordine di posto e di fronte avevamo un’autentica corazzata come l’Inter. È stata una notte indimenticabile, il vero punto di partenza della mia carriera in Serie A».

Durante gli anni in Serie A hai vestito maglie importanti come quelle di Palermo e Fiorentina. Quale piazza ti ha segnato di più?
R: «Bologna resta la piazza fondamentale, quella che mi ha formato e costruito sia come calciatore sia come uomo. Conservo però ricordi splendidi anche delle esperienze a Palermo e Salerno: due contesti caldissimi, dove la gente vive il calcio con una passione viscerale. A Firenze, purtroppo, la parentesi è stata brevissima: a causa di un infortunio ho trovato pochissimo spazio, tanto che a gennaio ho preferito andare in prestito a Siena. Resta comunque un bel ricordo, sia perché il gruppo era davvero forte, sia perché Firenze è una città meravigliosa, anche se dal punto di vista calcistico le cose non sono andate come speravo».

C'è un allenatore o un compagno di squadra in particolare che ritieni fondamentale per la tua crescita professionale?
R: «Tra i tecnici a cui sono più legato, un posto speciale lo occupano senza dubbio Alberto Malesani e Beppe Iachini. Sono due allenatori profondamente diversi tra loro per filosofia e carattere, ma entrambi mi hanno trasmesso tantissimo e mi hanno accordato grande fiducia. Un'altra figura per cui nutro una stima enorme è mister Stefano Pioli: pur avendo lavorato insieme per un periodo breve, ho potuto toccare con mano la sua straordinaria preparazione tecnica e una professionalità fuori dal comune».


Nel corso della tua carriera hai vissuto sia la massima serie che le battaglie della Serie B: quali sono le differenze umane e tecniche più grandi tra questi due campionati?
R: «Le differenze tra le due categorie sono innanzitutto tecniche: parliamo di livelli completamente diversi. La Serie B è un campionato muscolare, d'intensità, dove si corre tantissimo e i ritmi sono costantemente alti. In Serie A, al contrario, c'è un maggior controllo del pallone e la gestione dei tempi di gioco si abbassa leggermente, ma trovare varchi diventa un'impresa perché le squadre sono organizzate benissimo in fase difensiva. La vera discriminante, però, è il margine d'errore: in A qualsiasi sbavatura la paghi a caro prezzo, la qualità dei singoli è talmente alta che gli avversari non ti perdonano nulla».

C'è un gol o una partita specifica che rigiocheresti subito se potessi tornare indietro nel tempo?
R: «Non ho segnato molto in carriera, ma c’è un gol che custodisco con particolare affetto: quello realizzato nel derby Salernitana-Benevento, in una cornice calda come lo stadio Arechi. Ci sono diverse partite che vorrei poter rigiocare, soprattutto quelle vissute nei grandi templi del calcio come San Siro, l’Olimpico o il Maradona. L’atmosfera che si respira in quegli stadi è qualcosa di indescrivibile: viverla e sentirla direttamente da dentro il campo è un privilegio che non ha prezzo».

Nel 2019 hai scelto di risolvere il contratto con il Padova e ritirarti dal calcio giocato: quanto è stata difficile e sofferta quella decisione?
R: «Purtroppo ho dovuto dire addio al calcio giocato a soli 29 anni a causa dei problemi di salute. Le mie ginocchia mi hanno tormentato fin da giovanissimo e, con il passare del tempo, la situazione è precipitata al punto da non riuscire più nemmeno ad allenarmi senza provare dolore. Per il corpo, smettere è stato una vera e propria liberazione; sul piano mentale, invece, è stato un colpo durissimo: la verità è che non ero minimamente pronto ad affrontare il 'dopo'».


Com'è stato l'impatto con la "seconda vita" fuori dal campo dopo anni passati ai ritmi del calcio professionistico?
R: «Si fa un'enorme fatica a ritrovare la propria dimensione: da un giorno all'altro si spengono i riflettori e ti ritrovi catapultato in una vita completamente diversa. Ti manca tutto: la routine degli allenamenti, l'adrenalina della partita, la complicità dello spogliatoio. I primi anni sono stati davvero complessi, ma ho cercato fin da subito di rimboccarmi le maniche per rimanere all'interno del mondo del calcio con un ruolo differente. Onestamente, non riesco proprio a vedermi in un altro settore».

Ti piacerebbe rientrare nel mondo del calcio con un ruolo dirigenziale o tecnico, oppure stai seguendo progetti in settori completamente diversi?
R: «Da due anni lavoro come osservatore per il Bologna, un ruolo che mi appassiona e mi soddisfa molto. In prospettiva, però, mi piacerebbe intraprendere un percorso dirigenziale: il mio obiettivo è diventare responsabile di un settore giovanile o direttore sportivo. Consapevole, ovviamente, che occorrono studio, gavetta ed esperienza per ricoprire ruoli di tale responsabilità. Ho anche conseguito il patentino per allenare nei settori giovanili, ma oggi mi vedo proiettato più in una veste dirigenziale che sulla linea di campo».

Nessun commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.

Powered by Blogger.